Una cosa che mi ha spesso colpito, ascoltando certe motivazioni nelle richieste di esami clinici e valutando poi il comportamento conseguente, è l’esistenza in molti casi di quello che, dal punto di vista psicopatologico, potrebbe essere identificato come “pensiero magico”. Questo processo mentale è caratterizzato dall’attribuzione ad un evento – nel caso sanitario ad un elettrocardiogramma o ad un esame di laboratorio – di un potere scaramantico, una specie di rituale sanitario grazie al quale un’eventuale malattia viene automaticamente esorcizzata. È una specie di rassicurazione superstiziosa, un esercizio di potere di controllo attraverso un rito sanitario, per cui nulla potrà accadere di male dopo la liturgica operazione di controllo.

Il meccanismo della credenza è che tra un accertamento e l’altro si concretizza in maniera magica una sorta di immunità: oggi ho fatto l’esame, così fino al prossimo sono a posto. Nei bambini è un comportamento transitorio, come quando i bambini si mettono le mani sugli occhi e ti chiedono “Dove sono”, perché collegano la non visione propria con la scomparsa; ben più grave è negli adulti perché il pensiero magico è sempre collegato a dei disturbi psichici piuttosto impegnativi e disturbanti.

Fin qui spero di essere stato chiaro.

Gravissimo è quando questa iniziale e individuale debolezza viene artatamente procurata e vivamente intensificata con la giustificazione pseudopolitica della sicurezza. Allora diventa una premeditata vendita di fumo da parte dei politici, e una idiota rassegnazione da parte del cittadino comune, troppo spesso affetto da quel cancro dello spirito e della volontà che si chiama sopportazione, buonismo, ottimismo.

È il caso delle famigerate telecamere.

Ogniqualvolta succede un fatto di violenza, una manifestazione di aggressività, magari uno stupro in un angolo nascosto di un giardino, uno scippo in una via un po’ più defilata, uno spaccio sotto un portico semibuio e via via descrivendo, salta fuori il fenomeno della giornata, l’esperimento superdotato di astuzia che se ne esce con la fatidica frase: “Più telecamere per una maggiore sicurezza”. E così, l’imbecille, non ha evitato l’occasione di tacere, e parlando si è rivelato.

L’inflazione dei controlli nelle più diversificate aree, oltre ad essere una modalità persecutoria nei confronti dei cittadini onesti, che magari vengono pizzicati a fare pipì dietro un albero o a pomiciare su qualche panchina defilata, dal punto di vista della prevenzione è una modalità di intervento che non vale una beata minchia. E questo per due motivi essenziali.

Il primo è che il delinquente o lo psicopatico se ne fottono di controlli e di sorveglianze per il semplice motivo che non hanno nulla da perdere. È il criminale serio che attua tutte le precauzioni per non farsi beccare, ma gli altri non si pongono minimamente questo problema.

Il secondo motivo è che comunque, anche se colti in flagranza di reato, le conseguenze legali e processuali sono assolutamente ridicole, quindi né punitive né educative.

È questo il pensiero magico al quale facevo riferimento: l’idea che se sanno di poter essere inquadrati e identificati certi animali a due zampe si asterranno certamente a perseguire i loro obiettivi di prevaricazione.

Senza un’adeguata conseguenza, ogni controllo, ogni sorveglianza e qualunque metodo di vigilanza risulteranno tecnicamente inutili. Il problema si pone nel momento in cui, tanto solerti quanto inetti magistrati, dichiarano che lo spacciatore deve rimanere libero perché non ha altri mezzi di sussistenza, quando al criminale rom viene decretato l’obbligo di firma, quando l’allogeno clandestino viene giustificato – come disse testualmente l’avvocato del Comitato pari opportunità della Corte d’Appello di Salerno, tale Carmen Di Genio (poco): “Non possiamo pretendere che un africano sappia che in Italia sulla spiaggia non si può violentare”.

Per concludere: o alla sorveglianza segue regolarmente, celermente e con assoluta determinazione una conseguenza penale, oppure diventa solo un’operazione di immagine che danneggia la stessa privacy dei cittadini onesti sulla quale tanto si pontifica.

Il problema è, come dice un mio grandissimo amico, nonché per lunghi anni mio infermiere, dalla scarsissima istruzione ma della grandissima cultura, che alla gente è più facile metterglielo nel culo che nella testa. Per cui non resta che prendere atto del malfunzionamento della testa della massa e della disponibilità del culo. Perché, e concludo, certe persone – come dissi in una improvvisata intervista alcuni anni fa poi scoperta sulla La7 – devono essere eliminate per una questione di igiene e non di odio, quindi senza alcuna pregiudiziale religiosa o di colore, ma per la semplice necessità di rendere un qualunque luogo adatto ad essere abitato senza paure e senza persecuzioni. Ma questo non si può dire per non scandalizzare gli anime belle e dal cuore generoso.

 

 

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