Risale al 1931 la grande opera di Georges Bernanos, “La grande paura dei benpensanti”, un saggio ostracizzato per la sua essenza antisemita e antidemocratica, che però un grande intellettuale italiano, Carlo Bo, definì “un bruciante atto d’amore per l’uomo”. Bernanos, il cattolico nazionalista, si scaglia contro la chiesa controllata dalla finanza, contro il materialismo diffuso, contro la truffa democratica e il pacifismo clericale.
C’è un capitolo, “Nel gregge è sceso il silenzio” dove c’è un passaggio che è una valutazione sovrapponibile alla condizione che viviamo. Scriveva puntualmente: “Questo repentino spegnersi della pubblica opinione ha una spiegazione. Ancora una volta il regime aveva saputo attendere, trangugiare l’ingiuria, e, evitando di fronteggiare direttamente la massa elettorale, la manovrava sapientemente, possentemente con i suoi più alti esponenti, sicuro che, prima o poi, stanca di cercarsi dei capi, essa si sarebbe rivolta spontaneamente, soddisfatta o no, verso il governo che garantiva i suoi redditi. [Si] scoraggiava la pubblica opinione con delle inutili dispute, delle grossolane lusinghe, con la profusione di una teologia frettolosamente adattata alla portata dei cantori lettori”.

Prese le debite distanze di tempo e di spazio, questa descrizione risalente a 94 anni non fa risuonare un po’ il diapason della contemporaneità? Non c’è nessuno che intravede in questa esposizione le elezioni rinviate a tempo indefinito attraverso discutibili ed equivoche emergenze? Quel trangugiare l’ingiuria sapendo di raggiungere comunque, anche senza onore degli obiettivi predefiniti; non vi ricordano le omelie del famigerato Giuseppe Conte o del vile affarista, Mario Draghi? Le inutili dispute di cui parla Bernanos non corrispondono un po’ all’operazione conflittuale premeditata tra mercanti favorevoli alla vaccinazione e esperti documentatamente contrari, per creare una massa resa incapace di dirimere il vero del falso e di comprendere le vere manipolazioni del sistema?
Quello che è particolarmente interessante è la questione del pacifismo, che nella prassi quotidiana può benissimo essere derubricato a buonismo.
Prendiamo un immaginario Stato distopico – per usare un termine che va di moda al posto di fantascienza politica: non si potrebbe immaginare che, a fronte dei cittadini che chiedono piagnucolando il diritto ad essere difesi e tutelati, questo potrebbe decidersi di imporre a questi dei doveri, all’interno di una griglia dove venga ben definito il limite della loro autodeterminazione, pena la condanna in caso di prevaricazione. Per esempio, il dovere all’autodifesa. Non più l’equivoca e spesso penalizzata “legittima difesa”, ma addirittura l’obbligo di tutelare sé, il proprio territorio e la propria famiglia, da inammissibili intrusioni e inaccettabili violenze. Invece di disturbare le forze dell’ordine impegnate alla lotta contro le organizzazioni criminali, i traffici internazionali, le corruzioni variamente diffuse, magari questo Stato distopico potrebbe decidere di delegare al singolo l’autotutela, che poi è la protezione personale che interessa tutta la comunità di appartenenza.

Esempio. Minorenni rom, tra gli 11e 13 anni, trovano un pretaccio che riferisce come “Qui” – quartiere di Gratosoglio – “tutti i ragazzini guidano a quell’età”; oppure il giudice Maria Carla Gatto che parla dell’inutilità di una punizione, perché “la soluzione è la scuola”; oppure Valeria Valente, parlamentare del PD – Partito Demenziale” – la quale afferma che bisogna “superare il mito della giustizia neutra”; oppure l’altro magistrato che rilascia lo spacciatore, dicendo che per lui è l’unica attività di sostentamento; o ancora quello che condanna all’obbligo di firma i senza fissa dimora; o quello che stabilisce l’obbligo di allontanamento per una persona che vive nella stessa via della vittima, e molto altro ancora.
Non è sempre vivo il criterio dell’antifascismo militante e della regola per cui uccidere un fascista non è reato? Allora perché dovrebbe essere reato eliminare un pedofilo, un violentatore, un rapinatore e dunque qualunque che volontariamente si sia posto fuori dalla legge?

Insomma, lasciamo perdere le infime beghe pietistiche, le luride retoriche del buonismo un tanto al chilo, le prefiche sulla preziosità della vita umana – come se ogni vita fosse degna di essere vissuta, sputando su vittime e su perseguitati.
C’è un passaggio del saggio di Bernanos, all’inizio della prefazione di Paolo Gulisano, che dice testualmente: “Oggi il nome di Bernanos è divenuto sconosciuto alle nuove generazioni, eppure si dovrebbe tornare a leggerlo. Si scoprirebbe la sua capacità di indagare nel profondo, una capacità che aiuta a delineare le psicologie più indifese, lì dove la miseria e l’ignoranza privano la persona umana di ogni possibilità di reazione che non sia la resa, il lasciarsi andare, l’essere inghiottiti dalla indifferenza del mondo”.
E a questo proposito, l’Autore fa un’affermazione che dovrebbe essere il motto di ogni cittadino, di ogni persona dotata di personalità e di senso dell’onore, di qualunque soggetto che si trovi abbandonato in un sistema di insensibilità che è giudiziaria prima ancora di essere interpersonale e sociale: “Non ha alcun diritto alla propria pelle chi non la difende”.
La vita individuale e comunitaria cambierà nel momento in cui ognuno interiorizzerà, e porterà a prassi, questo determinante principio. Perché – per concludere anche in questo caso con l’inflazionato pensiero di Ernst Jünger. Fintantoché “L’uomo tende a rimettersi agli apparati e a far loro posto quando dovrebbe attingere alle proprie intime risorse” questo non sarà mai libero, perché “la libertà ha un prezzo, e sa che chi vuole goderne gratis dimostra di non meritarla”. Ecco il gregge è silenzioso di cui parla Bernanos, per il quale è decisivo trovare un capo che gli dia a voce.