Di fronte allo scenario politico e militare che sta caratterizzando questi ultimi anni della vita europea e mondiale, mi pare che emerga una figura peraltro mai scomparsa del tutto, piuttosto un po’ sbiadita in un periodo di benessere sufficientemente spalmato: il borghese.
Non il rappresentante di quella classe sociale che è stata protagonista del boom economico e della tranquillità collettiva alla quale un individuo tendenzialmente aspira e psicologicamente auspica; neppure la figura positiva di colui che ha fatto della dedizione al lavoro e dell’attaccamento all’impresa personale e sociale il motivo di vita e l’obiettivo da raggiungere. Da questo punto di vista, parafrasando Benedetto Croce a proposito della religione, “non possiamo non dirci borghesi”. Solo un antisociale non viene attratto da una tranquillità finanziaria, da una sicurezza personale e familiare, da una prospettiva di appagamento interiore e materiale

Ma la Storia – rigorosamente in maiuscolo – non è un processo che si dipana nel tempo e nello spazio del singolo e degli Stati in maniera lineare, senza sbalzi o drastici cambiamenti. Questa è una favola che è stata propinata nel tempo da quella ideologia malsana che si chiama progressismo, e che pretende una continuità indefinita di un propagandistico paradiso in terra. Invece la realtà è sempre inquieta e imprevedibile, sia essa messa in discussione individualmente da una malattia, sia che metta a scompiglio ordini ed equilibri sociali consolidati con epidemie o guerre. È in questi “stati di eccezione”, come direbbe Schmitt, che la figura antropologica del borghese mette in evidenza i suoi dati caratteriali ed etici.
È stato lo scrittore Jean Cau che in assoluto ha delineato con massima precisione la figura del borghese nell’evento che più definisce il concetto di eccezionalità, ossia la guerra.
Questa condizione di emergenza mette in evidenza tre figure fondamentali, tre archetipi che si possono definire antropologici: l’aristocratico, il contadino e il borghese.

Il primo, inteso come portatore di uno stile di vita, custode di un retaggio identitario, difensore della dignità come valore non negoziabile, direbbe: “Se mio figlio non va in guerra, chi salverà l’onore del casato?”; il secondo, unito alla sua terra e attento sorvegliante dei suoi confini, direbbe: “Se mio figlio non va in guerra, chi proteggerà i miei campi e la mia casa?”; il terzo, legato all’utilità, al possesso, alla razionalità contabile, direbbe: “Se mio figlio va in guerra, e muore, a chi lascerò la mia roba?”.
Queste tre mentalità, esposte magistralmente da Jean Cau, definiscono tre stili di vita e di pensiero che però richiedono, dal punto di vista psicologico e simbolico, una precisazione. Esse non sono necessariamente definite in una concreta realtà sociale – l’aristocratico non è un obbligatoriamente un nobile, il proletario non è inevitabilmente un miserabile, il borghese non è ovviamente un benestante –, ma si delineano come esemplari, come comprensibili modelli. Le teste coronate hanno da tempo dimostrato la loro fatua esistenza fatta di teatralità a coprire vuoti morali e culturali; il proletariato, ormai da molto tempo, ha dimostrato il sentimento di insufficienza e la vocazione del borghese mancato. Quest’ultima, poi, ha metastatizzato una grandissima porzione della società, soprattutto con l’avvento della globalizzazione. Dall’educazione alle abitudini quotidiane, dall’inflazione dei bisogni percepiti alla mercificazione dei legami interpersonali, dalla liquidazione del minimo ideale al trionfo delle apparenze e via via elencando, la mentalità della decadenza, dell’opportunismo, dell’avarizia, della rassegnazione e della rinuncia, ogni aspetto raffinato della vita si è volgarizzato ed ogni spirito rivoluzionario è stato represso.

In questo quadro degenerativo, di fronte ad un sopruso, ad una ingiustizia, il borghese si indigna, esprime il suo disappunto, esterna il suo disgusto ed espone la sua riprovazione, ma sottovoce, con garbo. Il borghese ha una bussola di comportamento perfettamente tarata sulla doxa, sulla società civile, sull’opinione comune. Nessuna sbavatura anticonformista, ma sempre una sottile accondiscendenza al perbenismo. La sua aspirazione è l’accettazione nella maggioranza e la sua attitudine è quella della compiacenza. Il borghese non si incazza, non alza la voce, non partecipa alla rivolta, non si esprime nel conflitto. È il prototipo della mediazione e del compromesso. Lui è il sostenitore della pace ad ogni costo, non quella che si conquista con la vittoria, ma quella che si raggiunge a qualunque prezzo, anche con la resa.
Contro la tranquillità del meno peggio e dell’omologazione del gregge sottomesso purché tutelato, vale la considerazione di Ernst Jünger: “Meglio delinquente che borghese”, con la sua volontà di potenza in risposta alla remissività dell’ignavia.