Padova, Belluno e Treviso rappresentano geograficamente il simbolo di un fallimento generazionale che per alcuni rischierà di rappresentare una vera e propria tragedia esistenziale.
Nelle tre città indicate, e precisamente nelle sedi scolastiche nelle quali si svolgevano gli esami di maturità, tre studenti si sono rifiutati di accedere alla fase orale, con motivazioni diverse.
La prima studentessa di Padova ha giustificato il rifiuto per protesta in quanto “I voti, da alcuni alunni vengono vissuti malissimo. In classe c’è molta competizione. Ho cominciato a rifletterci vedendo le reazioni di alcuni compagni: come vivevano la cosa, senza capire che cosa significasse davvero un voto. Erano estremamente attaccati al risultato, diventando addirittura cattivi. Forse è il carattere, i professori, le pressioni della famiglia. Non so”.

La seconda studentessa di Belluno ha rivendicato il gesto di contestazione per opporsi ai “meccanismi di valutazione scolastici, l’eccessiva competitività, la mancanza di empatia del corpo docente”. I professori “non hanno capito le mie difficoltà umane”.
Sulle motivazioni del terzo caso imitativo dello studente di Treviso, nessuna considerazione risulta arrivata ai giornali locali, come nei casi precedenti.
Se questi comportamenti si fossero manifestati in questura o in ambito giudiziario sarebbero stati certamente meritevoli della massima stima e comprensione, nel momento in cui persone sotto interrogatorio, indipendentemente dalle motivazioni, che non ritengono opportuno collaborare con le istituzioni ritenute persecutorie, si oppongono alla sola idea di essere valutati e magari giudicati.
Altro è nel momento in cui il contesto è quello scolastico, e il confronto si basa sulla qualità e la quantità dell’apprendimento: una situazione sicuramente stressante, fuori dubbio in una asimmetria di potere, con delle variabili esterne alla valutazione tecnica.

La questione più grave, dal punto di vista psicosociologico, è data dalle motivazioni: eccessiva competitività, mancanza di empatia, incomprensione delle difficoltà umane, il vissuto angosciante legato al volto, il parametro del risultato.
Questa diffusa e preoccupante fragilità viene da lontano, da oltre oceano e dalle mode infiltranti come quella del “bisogno di sicurezza” degli adolescenti iGen – generazione degli iperconnessi. Nei campus questi adolescenti e giovani adulti sono cresciuti e vivono sotto supervisione, con uno sviluppo psichico certamente rallentato. “Il loro concetto di sicurezza non si limita alla sfera fisica, ma si estende alla reputazione, e persino alle emozioni” riconosce la psicologa Jean M. Twenge (Iperconnessi, Einaudi, Torino 2018).
Ci sono movimenti di tutela secondo i quali “Le università dovrebbero essere luoghi sicuri in cui si garantisce il benessere di tutti gli studenti”, inoltre, “Se le idee di un relatore invitato al campus per tenere una conferenza sono sgradite a molti, gli studenti dovrebbero creare uno “spazio protetto” in cui riunirsi durante il suo intervento”. Anche la didattica dovrebbe essere ripulita da ogni rischio di trauma o di turbamento, a tutela della “salute emotiva degli studenti […] per paura che qualcuno resti traumatizzato” data la convinzione che “le parole rappresentino un pericolo”.
Questi comportamenti, e queste richieste, viste con la distanza delle esperienze e dell’età potrebbero risultare al massimo patetiche e per certi versi anche ridicole, nonché penose e fastidiose. Altra prospettiva invece assumono sotto lo sguardo strettamente professionale. Molti seri e accreditati esperti nelle cosiddette “scienze psy”, è da tempo immemorabile che hanno lanciato segnali di allarme su una progressiva infantilizzazione e deresponsabilizzazione delle giovani generazioni. Decenni di debilitante maternage, di sfibrante accudimento e di rimozione di qualunque stress hanno formato diverse ondate di generazioni incapaci di affrontare le minime difficoltà con le proprie forze. “L’eccesso di protezione da parte dei genitori” – con la sottintesa complicità del dispositivo scolastico, e l’aggiunta del catastrofismo ignorante dei mezzi di comunicazione – ha disconosciuto il fatto che, soprattutto nell’addestramento dei giovani, “il modo migliore di superare le paure è affrontarle, non nascondersi. [Perché] la prudenza, li tiene al sicuro dai rischi ma al tempo stesso li rende vulnerabili”.

È con la realtà che l’impatto sarà terribile. La realtà – in ambito relazionale, lavorativo, anche sentimentale – non dà sconti, in molti casi non offre tempi di recupero né opportunità di rimedio. La realtà non riconosce l’atmosfera irenistica, conciliativa e magari pure compiacente: questa è l’aria che si respira nella tutela materna, che però porta ineluttabilmente all’incompetenza a vivere. La realtà è sacrificio, impegno e rinuncia in funzione di un progetto e di un obiettivo – in psicoanalisi si direbbe in funzione della realizzazione di un desiderio – senza il quale la vita si riduce ad una animalesca quotidianità.
Perciò la scuola – e lo dicono gli esperti, quelli che per principio in questa fatiscente democrazia non vengono in nessun campo considerati – non può essere una specie di comunità terapeutica da assistentato sociale, ma evocatrice di inclinazioni e formatrice di carattere.
Fintantoché si è in tempo a rimediare sarebbe opportuno correre ai ripari con coraggio, prima di ridurre definitivamente intere generazioni ai fallimenti psichici e sociali documentati oltre oceano.