In un’epoca in cui gli statisti sono stati sostituiti dai tecno-capitalisti, gli educatori da facilitatori motivazionali, i medici da prestatori d’opera nella iatromeccanica, i giudici da gestori progressisti del libero convincimento, gli psicologi – nell’accezione più ampia del termine – da olistici interpreti di mente e di cuore, in questa diffusa superficializzazione della vita in tutti i suoi aspetti, personali, relazionali, lavorativi e culturali, non potevano mancare gli approcci banali e inconsistenti sul rimasticato problema del cosiddetto disagio giovanile.

Una inquietudine ed uno sconvolgimento in età giovanile, soprattutto nella fascia adolescenziale, c’è sempre stata. Che sia una questione ormonale, e sia un fatto di trasformazione corporea, sempre e comunque c’è una componente psicologica che entra a pieno titolo in quello che questa postmodernità ha deciso di inquadrare nel fenomeno del disagio.
È il periodo in cui molti operatori del settore vedono come fattori tipici l’esasperazione del conflitto, l’estremizzazione delle opinioni, la radicalizzazione della distanza: è di Lenin l’avviso che “L’estremismo è la malattia infantile del comunismo”.

Nell’esperienza generale dell’adolescenza è pressante e invadente la convinzione di onnipotenza, così come contemporaneamente c’è la percezione inconscia della propria fragilità e della propria instabilità.
Come un giovane possa rispondere a queste contraddittorie condizioni è un argomento particolarmente complesso e di complicata esposizione, vero è che, un tempo, esistevano i cosiddetti “riti di passaggio” che caratterizzavano questo percorso chiamato di adultizzazione. Ormai da tempo, la società intesa come organizzazione politica nei suoi diversi dispositivi – famiglia, scuola, formazioni giovanili ecc. – ha rinunciato a questa indispensabile liturgia di emancipazione, confondendola con accudimento, gratificazioni e generale debolezza.
Due importanti addetti al lavoro psichico hanno perfettamente inquadrato due cause generali del disagio e magari, per chi vuole intendere ed è disposto ad applicarsi, anche delle possibili soluzioni. Uno è stato il compianto Aldo Carotenuto che in un saggio intitolato “La colomba di Kant” suggerisce l’importanza del metaforico attrito per la vera vita; l’altro è Paolo Crepet che in un convegno ha riferito quanto grave sia la condizione di un giovane nel momento in cui i genitori si rivolgono all’operatore in cerca di aiuto meravigliandosi di un certo problema, in quanto “gli abbiamo dato sempre tutto”.
Il “dare tutto” si incastra perfettamente con il concetto di “attrito”. La famosa colomba si chiede se senza attrito, senza la fatica che gli procura, non potrebbe forse volare più facilmente, così come si crede che tamponare ogni voglia sia un metodo per evitare inutili sforzi di conquista.

Due errori – il dare tutto e l’eliminazione dell’attrito – che hanno effetti devastanti sulla psiche in generale, e su quella nella precaria fase evolutiva in particolare.
Esiste una immunità psichica che si conquista con sforzi, con frustrazioni, con perdite, con sconfitte, con tutte le naturali difficoltà qualitativamente e quantitativamente compatibili con le diverse età. L’“Io pretendo”, che va di pari passo con la pretesa “non voglio imposizioni”, sono i presupposti dei diversi fallimenti che vengono denunciati nell’educazione dei giovani e nelle conseguenze negative sia personali che sociali. Per quanto riguarda, ad esempio, il fenomeno del bullismo, è del 2011 un’importante saggio dello psicoanalista Angelo Antonio Moroni, “Giovani a disagio”, in cui si precisa come la manifestazione denunciata sia un sintomo, un “segnale di una radicale modificazione degli stili educativi familiari che presiedono alle identificazioni dell’Io del bambino con valori affettivi fondamentali”.
È cambiato qualcosa oltre alle diversificate lamentosità sulla questione giovanile? Assolutamente nulla. Ogni dispositivo dà la colpa all’altro e la responsabilità dell’attuale disastro generazionale giovanile si diluisce nell’indifferenza politica.

Pensive sad boy teenager with blue eyes in a blue shirt and jeans sitting at the window and closes his face with his hands.
È questa la ormai celebre “generazione fiocco di neve”, psichicamente fragile, eticamente indifferente, sessualmente fluida, caratterialmente instabile. Qualche decennio di false rassicurazioni l’hanno resa semplicemente incapace di affrontare la realtà, quella realtà che non fa sconti, né offre tempi di recupero, ma che esige soltanto di essere affrontata. E mentre il cosiddetto disagio si diffonde in ambito personale e nelle relazioni sociali con espressioni che vanno dal disturbo interiore all’aggressività espressa, il sistema supporta esibizioni da circo di chi nega l’importanza della figura paterna, disconosce l’importanza delle funzioni genitoriali, rifiuta la minima disciplina, proibisce qualunque prassi di selezione e imbroglia su un mondo illusorio.
L’educazione è un atto politico, nel senso formativo e olistico del termine, e non certo una procedura scolastica come qualche ridicola figura del mainstream pretende di ridurre con tanto di lezioni e voto finale.