Non è un refuso! C’è proprio un fraintendimento di espressione e di comportamento della più precisa e condivisa indicazione di Julius Evola: “Bisogna portarsi là dove si attacca, non là dove si si difende”, che corrode e debilita questa destra in fuga dalle proprie radici e in totale sbando rispetto a un proprio definito destino.

A fronte di odiatori seriali come un Berizzi o un Imbimbo, a maestrini come Scanzi o Sommi, a predicatori come Formigli o Floris e via via elencando tra pseudo intellettuali, finti dissidenti, lamentosi rettori e patetici acculturati, questa destra appiattita – o forse rende meglio l’angolazione geometrica dei 90 gradi – o fa finta di nulla, oppure molto più spesso si dimena in maniera afinalistica tra scusanti, discolpe, giustificazioni, sudditanze e assoggettamenti vari.

Uso il termine “afinalistico” perché se i fenomeni politicanti che accettano un finto contraddittorio credono che con la ragionevolezza e con l’eventuale predisposizione al confronto documentato si possa raggiungere un punto di convergenza, sono completamente fuori rotta.

Da questo punto di vista, dopo essersi adeguatamente preparati ad uno scontro dialettico – che personalmente lo ritengo sterile quando non fastidioso – devono almeno aver introiettato una capacità comunicativa che parte da un preciso presupposto indicato da Gómez Dávila: “Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo. Prima di diventare espliciti nelle proposizioni, i giudizi sono impliciti nei vocaboli”. In un duello onorevole e regolari le armi devono essere pari: fioretto contro sciabola non vale.

Alcuni esempi sono facili da portare. Per i sedicenti ricercatori di sinistra, indagini sulle foibe fatte da loro entrano nel campo dell’approfondimento, mentre se fatte da destra cadono necessariamente nel becero revisionismo. Per i simulatori della storiografia di sinistra, le opere sul fascismo servono a chiarire i drammi del fosco regime, mentre se fatte da altri autori non allineati rientrano nella discutibile apologia. Per i giornalisti di sinistra essere denunciati e messi sotto inchiesta è un attacco alla libertà di pensiero e di parole, alla democrazia e alla stessa costituzione, per quelli di destra, ogni attacco contro di loro è semplicemente una difesa delle istituzioni e della professionalità.

Bisogna essere addestrati a scegliere con precisione, all’interno di questa variegata fauna di sinistra, quale interlocutori meritano un confronto dialettico e quanti, invece, il più incondizionato e irrevocabile rifiuto di ogni contatto.

Un argomento del genere meriterebbe veramente un corso di formazione, e ci sarebbe pure un testo magari trascurato ma estremamente importante al quale fare riferimento. È il saggio “La stupidità” (ed. San Paolo, 2021) di Dietrich Bonhoeffer, teologo e pastore protestante tedesco, resistente al nazismo e morto il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.

Questo grande studioso fa una distinzione precisa, e più che condivisibile, tra due categorie di persone: il malvagio, il portatore del male, che però ha dei limiti; la sua cattiveria è esplicita e soprattutto esso sa di averla e la rivendica. Altra razza, invece, è lo stupido, perché non sa di esserlo, perché non persegue idee sue ma le recupera a caso per riempire il proprio vuoto intellettuale, o il proprio fallimento esistenziale. Lo stupido si spaccia per competente e onesto, predicando un bene che deve essere indiscutibile perché lui non ha dubbi ed è irresponsabile. Lo stupido segue la corrente vincitrice, in realtà non decidendo ma adeguando eventuali scelte al suo umore interiore. Lo stupido è passivo, cedevole alla pressione del gruppo – o del potere, e la sua pericolosità non deriva dall’odio aperto, ma dalla negligenza e della sua pigrizia morale. Mentre il cattivo decide l’azione iniqua, lo stupido adegua il comportamento confondendo la coscienza con l’obbedienza, della serie “è più facile credere che riflettere”.

Di fronte a questa già annunciata, fauna, cosa fanno gli interlocutori di questa destra della diserzione? Si pongono in una condizione di remissività pensando di cambiare la modalità di pensiero dell’avversario. Ovviamente non succede, e scatta il piagnisteo dell’incomprensione, e qui la cosa si fa ancora più commovente e pietosa. Ricordate della favola della rana e dello scorpione in cui la rana salva lo scorpione dall’annegamento e lui, depositato in salvo sulla riva, la punge. La rana salvatrice si meraviglia di questo e chiede il perché, e la risposta dello scorpione è molto semplice: “È la mia natura”.

Mentre qualunque interlocutore di sinistra è sempre pronto all’aggressione secondo la sua natura, gli altri, invece di demolirlo, si pongono in un atteggiamento gentile e comprensivo, e così rinunciando alla posizione di attacco, si attaccano – il dove lo scelgano direttamente gli interessati, io un’idea ce l’avrei.