Non è necessario scomodare una qualsivoglia idea tradizionale per rendersi conto del precipizio regressivo dentro il quale le nostre società stanno sprofondando.
“Il mondo della storia, non può rinunciare alle potenze mitiche. Né lo Stato né la società sono in grado di seguire solamente il puro piano della politica”, scriveva Ernst Jünger nel lontano 1981, e con potenze mitiche si possono intendere quelle idee forza, quegli ideali sorretti da una non negoziabile volontà: signorilità, dignità, reputazione, etica, eleganza ed altre forme di qualità raffinate.

Si parla giustamente di potenze mitiche in quanto trascendono le consuetudini grossolane che sono imposte al minimo livello sociale e si impegnano a formare l’uomo, il cittadino, attraverso una continua tensione di miglioramento di sé e del suo ambiente di vita. Una condizione che nulla ha a che vedere con la condizione economica, questa valida solo all’interno dei rapporti mercantili in conseguenza dei quali la riuscita è sempre valutata in senso materiale. È in questo senso che devono essere considerate le parole di Gómez Dávila quando denuncia come “Nel migliore dei casi alla società democratica è sufficiente assicurare la convivenza. Le società aristocratiche, invece, innalzano sulla gleba umana un palazzo di cerimonie e diritti per educare l’uomo”.
Chi fosse interessato potrebbe letteralmente condurre una ricerca da pubblicare in fascicoli di tutti gli esempi di bassezze – di espressione, di comportamento, di abbigliamento – andando a ritroso nel tempo. Dibattiti pubblici, dirette video, interviste programmate in cui volano insulti, provocazioni, minacce e volgarità di ogni genere e grado. Sui comportamenti sono state ampiamente diffuse le fotografie di parlamentari dormienti a bocca aperta, di rappresentante dell’istituzioni con le mani in tasca durante l’inno nazionale, qualche senatrice con tacchi a spillo, calze a rete e vistosa minigonna a commemorare i morti ed eroi. Sembra proprio che la sobrietà e il buon gusto non facciano parte dello stile democratico. Se poi – come si suol dire – il pesce puzza dalla testa, è ovvio che questa atmosfera di rilassamento plebeo si diffonda e pervada anche la massa rappresentata.

Era dal ’68 che Evola denunciava questo degrado caratteristico della modernità, e come esso si fosse originato dalle cosiddette classi alte, magari pure con pretese intellettuali. I decenni passano, e quella che poteva sembrare soltanto la denuncia di un signore altero e arrogante si è concretizzata in una diffusa cafoneria, non solo intesa nella spalmata volgarità e indecenza esteriore per la quale “mascherandosi da poveri, i signorini di merda possono credere di far parte del popolo”, secondo Ruiz Portella, ma in un più profondo degrado interiore.
È solo su un terreno psichico e caratteriale impoverito da ogni forma di onore, di bellezza e di virtù, che si possono accettare le deformazioni musicali, il linguaggio osceno, il degrado della politica, la normalizzazione delle perversioni, l’alterazione delle leggi di natura, il tradimento della parola data, il raggiro delle promesse, l’elogio del pentimento.
L’etica, intesa come imperativo categorico introiettato in uno stile che non lascia spazio a opportunismi e a compromessi – soprattutto nel dovere con la coscienza di sé –, è stata sostituita dalla morale, transitorio e negoziabile obbligo di rispettare delle norme eterodirette, sempre con la possibilità di contrattare delle variazioni e di patteggiare per eventuali trasgressioni.
È così che un miserabile relitto umano, con l’aggravante della funzione educativa, augura la morte di una bambina per dei luridi motivi politici e poi, di fronte alle critiche, si scusa e dà la colpa all’Intelligenza Artificiale, mentre un bamboccione italico forzista si permette di diffamare un generale della Folgore pluridecorato. È il mondo della contemporaneità, con fenomeni di nullità che pensano di giganteggiare nella palude democratica della cafoneria.