“Gesù è femmina”: non male come incipit per introdurre un discorso ‘musicale’ che riguarda un’antica badessa la quale, in molti passaggi della sua carriera ecclesiastica, ha saputo trasgredire alle consuetudini religiose e alle impostazioni teologiche e uscire da un silenzio che fin da bambina le era stato imposto. Un’imposizione abominevole vista al giorno d’oggi, dove il rumore copre ogni possibilità di ascolto, soprattutto con la propria interiorità. Ha scritto bene il cardinale Robert Sarah a proposito della chiassosità contemporanea: “Il dramma del mondo moderno è qui: l’uomo si allontana da Dio perché non crede più nel valore del silenzio. Senza silenzio, Dio scompare nel rumore. E questo rumore diventa sempre più ossessivo quando Dio è assente. Se il mondo non riscopre il silenzio, è perso. La terra si getta nel nulla”.

Lei, Ildegarda di Bingen, già da bambina ha la visione di una luce particolarmente intensa che la atterrisce e di cose invisibili al prossimo, cosicché, di fronte a questi eventi, la realtà condivisa dai molti decide la cosa più ovvia per non confrontarsi con ciò che non riconosce e non accetta: l’isolamento. È così che a otto anni viene rinchiusa in un monastero e le viene raccomandato di non riferire nulla delle sue esperienze, e lei manterrà questo impegno per oltre trent’anni.

Nel 1112, a quindici anni, prende i voti e diventa ufficialmente monaca. Inizia così un percorso religioso dentro il quale da subito manifesta uno spiccato anticonformismo – si direbbe oggi – rispetto al sentire religioso codificato e alle regole ecclesiastiche prescritte.

Il corpo diventa un bene di cui prendersi cura e non un oggetto da mortificare attraverso digiuni e sofferenze. Aldilà delle considerazioni che risalivano al periodo ellenico, durante il quale per i filosofi il corpo era solo la prigione dell’anima, per lei – come peraltro per i Padri della Chiesa – il corpo è un dono divino da preservare, curare e accudire, e la donna, in più, è portatrice dell’utero. L’utero come “mondo intero”, riferisce la Venezi, un cosmo peculiare per ciascuno e portatore di una specifica vita, “il contenitore primordiale, il luogo da cui ha origine la vita fisica e psicologica” secondo la simbolica junghiana.

‘Prima le donne e i bambini’ è l’ordine da seguire in caso di pericolo, l’invito categorico che sembra sia stato applicato per la prima volta nel 1852 durante il naufragio di una nave inglese, e poi confermato nel 1912 con l’affondamento del Titanic, momento in cui, con questa modalità, “l’ufficiale Charles Lightoller, acconsentì il salvataggio della maggior parte delle donne e dei bambini”. La vulgata progressista e femminista ritiene che sia soltanto una considerazione di inferiorità della donna, ma questa interpretazione vale solo per le menti bacate, perché è esattamente il contrario. La donna è più importante perché portatrice potenziale di vita, e i bambini perché portatori di una memoria e di un destino da perseguire. In questo senso, la Venezi percepisce perfettamente in senso quando afferma che “La donna, per Ildegarda, è madre sempre; anche quando non ha figli, perché la maternità riguarda tutto ciò che esiste, non soltanto quello che si partorisce”.

Ci sono dei passaggi dal punto di vista simbolico, psicologico e tradizionale particolarmente interessanti a proposito dell’archetipo femminile, come l’Ildegarda descritta da Venezi, nel corposo saggio di Julius Evola “Metafisica del sesso”, non a caso con un saggio introduttivo di Fausto Antonini che è stato docente di Antropologia filosofica presso l’Università di Roma “La Sapienza”, e che ha spesso ‘contaminato’ le competenze antropologiche con quelle psicoanalitiche, processo culturale che solo una persona colta sa fare, l’istruito no. Ma aldilà delle più corrette interpretazioni e dei più accurati approfondimenti, la figura della badessa non è inquadrabile in nessuna categoria archetipica di razionale comprensione, perché lei agisce ed è agita avendo “Dio stesso fatto da precettore” all’interno di un’esperienza mistica particolarmente coinvolgente e nobilitante.

La monaca e Dio: un rapporto che va oltre a quello che usualmente si intende nella formula della ‘suora come sposa di Cristo’, perché addirittura Ildegarda, attraverso la musica, diventa la porta-voce di Dio stesso. Lei “compone per un’unica voce – perché per unico Dio serve  un’unica voce”, e quella voce non può che essere la sua. Ecco allora il significato fatidico e inevitabile di lei, femmina, che ha prestato la voce a Dio.

Per diversi decenni non ha fatto parola delle sue visioni, ma quando incontra Bernardo di Chiaravalle questo semplicemente le ordina di scrivere, e lei lo fa, in un testo nel quale raccoglie ventisei visioni profetiche accompagnate da miniature simboliche.

Prima di morire all’età di ottantun anni, Ildegarda dimostra il suo carattere determinato e anticonformista: da consigliera di Federico Barbarossa ammonisce l’imperatore, avvertendolo che “La sua politica anticlericale gli sarà nociva”. Poi, millecinquecento anni dopo la tragedia di Sofocle, da novella Antigone fa diseppellire un cavaliere scomunicato ritenuto da lei degno di una cristiana sepoltura contro il parere delle gerarchie ecclesiastiche.

Scatta la condanna per lei e l’ingiunzione del silenzio per le sue sorelle, ma il massimo riconoscimento alla sua fede avverrà molti secoli dopo la sua morte: sarà Papa Ratzinger – il Papa che l’amico filosofo marxista Costanzo Preve ha riconosciuto come il più grande teologo oppositore del materialismo e del nichilismo della modernità – a proclamarla Dottore della Chiesa insieme a Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux.

Beatrice Venezi concludere articolo focalizzando l’attenzione sul colore verde che, secondo l’ormai Santa Ildegarda, studiosa eclettica di “omeopatia, scienza naturale, filosofia, poesia e musica”, indica la rinascita della natura, le erbe curative, il disgelo della coscienza, ma anche il potere alchemico del risveglio psichico e il simbolo della trasformazione sia della materia che della coscienza. Jung inquadra il colore verde in una categoria personologica caratterizzata da introversione, sensibilità, autocontrollo, serenità, capacità di sopportazione, stabilità emotiva, inclinazione meditativa. Non c’è dubbio che, valutando il suo percorso di vita, Ildebranda ha potuto dimostrare tutte queste qualità, ed è altresì documentato come il ‘suo verde’ abbia rappresentato la fine del gelo del silenzio, dell’isolamento persecutorio per aprirsi al calore e al riconoscimento della Santità.