Siamo proprio sicuri che la cultura sia sempre la condizione determinante della libertà? Pongo direttamente questa domanda, con una certa malizia, a Beatrice Venezi, soprattutto al suo ottimismo e alla sua apertura mentale verso le risorse educative del prossimo che io non ho.
I miei dubbi risalgono a tempi remoti, ma durante il periodo della farsa pandemica, e per il comportamento assunto da molti cosiddetti intellettuali, ho definitivamente messo in dubbio questa corrispondenza. L’accettazione passiva di ordini paradossali e il concomitante paradosso di usufruire di una libertà data in concessione previa la sottomissione al famigerato ‘Green Pass’ ha definitivamente spazzato via ogni dubbio sulla questione.

Da quella fase temporale in poi ho definitivamente abbracciato la tesi di Étienne de La Boétie secondo il quale esistono sempre delle condizioni entro cui tutti gli uomini, acculturati o meno, rinunciano passivamente a una quota più o meno grande di libertà e accettano volontariamente uno stato di servitù. In fondo, suggeriva inutilmente lo studioso citato già cinquecento anni fa, “Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”.
“Oggi” – sottolinea la Venezi – “il più grande gesto eroico per la conquista della vera libertà è imparare a domandarci se ciò che ci viene propinato rispecchi il nostro pensiero e la nostra volontà”. Condivido pienamente, ma c’è un problema diffusamente sociale e, peraltro, di difficile soluzione: chi è disposto a rinunciare agli accudimenti proposti dal sistema – in questo caso democratico – per correre il rischio del dubbio e, conseguentemente, di pagare le eventuali conseguenze di una sua meritevole segnalazione e critica?
La psicoanalisi insegna che viviamo nel tempo della perversione, condizione patologica caratterizzata dall’assenza di dubbi, di autocritica, di incertezze, di senso di colpa e di vergogna – credo che le manifestazioni politiche istituzionali, individuali o di strada lo dimostrino ampiamente. La cultura, comunemente interpretata, si è arresa davanti al politicamente corretto e all’igiene del linguaggio. Quindi, è chiaro che non ci può essere eroismo nell’accettare supinamente quello che viene definito con un inglesismo ‘mainstream’.
In una contemporaneità che ha come obiettivo una pervasiva uniformità di stili, di comportamenti, di pensieri e di obiettivi, ogni forma di singolarità e di specificità è messa al bando da una volontà di uguaglianza forzata e di omologazione obbligatoria.
All’interno di questo quadro di grigiore diffuso, dal punto di vista caratteriale, chi può o ha la voglia e il coraggio per “decodificare la verità e dunque dubitare?”. Soltanto pochi predisposti per una vera e propria attitudine interiore ad affrontare quel processo che Jung definisce di ‘individuazione’, un processo di lavoro psichico unico ed irripetibile solo attraverso il quale la persona realizza il vero Sé.
Che nessuno si inventi scorciatoie ed espedienti vari, neppure attraverso la cultura. Una volta mi disse scherzando il professor Luigi Peresson, inizialmente solo docente e poi anche amico: se bastassero la cultura e la possibilità economica per risolvere i problemi psichici, a noi chi ci pagherebbe il mutuo? Una ironica precisazione per dire che senza una chiamata interiore nulla si può fare su questo piano di lavoro, tanto meno con una mediocre voglia e una difettosa tenacia.

Julius Evola, dal punto di vista del pensiero tradizionale, mise in evidenza in altri termini la stessa considerazione: “La potenza, in sé, è informe. Non ha un senso senza la base di un dato ‘essere’, di una direzione interna, di una unità essenziale. Senza di ciò, tutto frana nuovamente nel caos”.
La cultura prevede la vocazione, che è qualcosa di più e qualcosa di diverso rispetto a ciò che propone il potere a scopo di sedazione della massa. Il rischio è che questa confonda, come da tempo accade, la cultura con l’istruzione, soffocando radicalmente ogni opportunità, come osserva Salvatore Natoli di “trasformare il caso destino”.
Cultura e libertà sono due elementi che procedono insieme fino al momento fatidico della decisione, poi, senza il supporto determinante del carattere – e la preventiva formazione di questo attraverso l’allenamento alla propria individuazione – le due strade si dividono: ci sono quelli che scelgono l’addomesticamento e il comfort, dimostrando come “Si può essere istruiti senza essere veramente colti” secondo Antonin Artaud, e quelli che per capacità interiore scelgono la via della libertà.
“Quanto più guadagniamo cognizione dei processi che ci determinano, tanto più riusciamo a essere liberi. [È questo il] divenire padrone di se stessi”, conferma Natoli, ma avverte anche che nella determinazione alla “parresia, quale obbligo di verità e insieme libertà di critica, specie nei confronti del potere ci espone alla ritorsione: qui è alto il pericolo”.

Riassunto: “la cultura ci rende liberi e la libertà consiste nella capacità di agire senza costrizioni, di scegliere autonomamente”, così esordisce Beatrice Venezi nel suo articolo, che però esige la congiunzione avversativa-limitativa del “ma”. Ma, come si è ampiamente detto in questo contesto e in altri, solo se l’uomo ha lavorato su di sé per corazzarsi contro la paura, e il sistema in questo senso è perfettamente consapevole e attivo. Non sono necessarie evidenti costrizioni o esplicite imposizioni, basta diffondere il più possibile le voglie e le loro soddisfazioni, e poi impaurire i beneficiari in caso di sospensione delle stesse. Il potere come lo spacciatore, prima ti rende confortevole la vita con una certa dose, poi ti ricatta nel momento in cui inizia l’astinenza. Il potere, così, si pone nella figura di caritatevole e di confortante in cambio della schiavitù, come qualunque pusher spregiudicato.
Il potere mira al depotenziamento del ‘desiderio’, quella sensazione di insoddisfazione della realtà come viene proposta, e che il grande Aldo Carotenuto rende perfettamente dal punto di vista etimologico come ‘de’ privativo e ‘siderum’ cielo stellato – rinuncia ad una rotta prestabilita per seguire l’indicazione di una stella selezionata, su una rotta nuova e inconsueta, verso una meta privilegiata. Una metafora della libertà che ritengo la migliore in assoluto.
Una libertà vera, non quella fasulla de “L’uomo moderno che è un prigioniero che si crede libero per evitare di toccare i muri della cella (Gómez Dávila), a supporto dell’altro indicativo etico che recita “la libertà ha un prezzo, e chi vuol goderne gratis dimostra di non meritarla” (Ernst Jünger).
Per cui, pienamente in accordo con Beatrice Venezi pur di rinunciare all’ottimismo di una ragionevole diffusione della libertà attraverso la ‘cultura’ di massa.