“I fanatici della libertà finiscono come teorici della polizia”, e così Gómez Dávila conferma in anticipo il commento di Beatrice Venezi sul rivoluzionario Gérard il quale, da libertario emancipato, usa il suo sanguinario potere per “far incarcerare e accusare ingiustamente Andrea di cui è geloso”.
Il libretto di Luigi Illica “Andrea Chénier”, musicato da Umberto Giordano, fa risaltare delle questioni particolarmente significative dal punto di vista psicologico, storico, politico ed umano dietro ad una apparente banalità da romanzo d’appendice.
Lo scenario è quello della Rivoluzione francese, incisivamente definita dal citato Gómez Dávila come “magnifica a chi la conosce male, terribile a chi la conosce meglio, grottesca a chi la conosce bene”. Magnifica nell’utopia della libertà dell’individuo illuminato, terribile nel passaggio concreto da chimera ad incubo, grottesca nel far affiorare le bassezze umane.
Gérard è già stato rapidamente inquadrato: servitore della contessa, innamorato della figlia, rivoluzionario per invidia e per senso di inferiorità. Andrea: il poeta, l’idealista che riconosce in anticipo la corruzione che stava inquinando il suo mondo. Maddalena: la maliziosa, salva una madre dalla ghigliottina pur di morire con l’uomo che ama.
Letto così, il libretto sembra un romanzetto per ragazze sentimentali di un altro tempo, mentre tra le righe – e neanche tanto tra – vengono messi in luce delle personalità e dei moti di animo che meritano di essere approfonditi.

Andrea Chénier, un mite poeta a cui un grande scrittore del ‘900, Robert Brasillach, dedicò il “Canto per Andrea Chénier” dal carcere di Fresnes in attesa della fucilazione il 6 febbraio 1945: “Nel cuore l’ultimo canto di Orfeo / te ne vai verso il patibolo / o fratello dal collo mozzato / tu sognavi nelle notti nere / un’alba ancora che t’illuminasse”.
Due anime e due spiriti che due rivoluzioni, diverse per i metodi ma unite dalla ferocia del materialismo e del nichilismo, congiunsero nella medesima sorte. Due francesi ai quali, a ragione, possono essere dedicati tre versi della “Vandeana” che dicono: “i cieli devastati dai giudici plebei / dall’odio degli inutili / dal pianto degli dei”. Tutto coincide a due secoli di distanza. L’astio nei confronti del sublime e dell’elevato deve essere ad ogni costo stroncato e messo a tacere. Nel caso di Andrea Chénier sarà l’amore per Maddalena la sua condanna a morte.

Gérard, il servitore che da frustrato e vanaglorioso trova nella Rivoluzione uno spiraglio di rivendicazione sociale e di compenso psicologico. Gelosia e rifiuto, due elementi che uniti diventano una miscela esplosiva per la sua dirompente animosità, e che lui crede di trovare nelle sanguinose sommosse del 1789 il modo di vendicarsi di una situazione che è vissuta, prima di tutto personale, come un’ingiustizia. Come in tutte le situazioni di massa, il singolo è attirato da chi corrisponde, attraverso un entusiasmo indotto, alle private inquietudini e alle intime mortificazioni.
È così che, nell’atmosfera rivoluzionaria, il fallito trova il modo di prendersi una rivincita sulla sua miseria esistenziale raggiungendo una posizione di potere assoluto. Rileva la Venezi: “E cosa fa, con quel potere? Asciuga le lacrime degli orfani, allevia le sofferenze dei poveri? No: lo usa per far incarcerare e accusare ingiustamente Andrea”. È la deriva scontata di ogni sovversione rivoluzionaria in cui, alla fine, gli affari privati e le faccende familiari entrano nella logica della vendetta e tutto finisce in interminabili faide, come durante e dopo la nostra guerra civile.

E c’è lei, la contessina Maddalena viziata e maliziosa, spensierata e brillante, che si burla del poeta gentile e romantico, mentre lui la invita con i versi a difendere l’idea stessa di amore in un’epoca ormai travolta dal disprezzo diffuso verso tutto ciò che è spontaneo ed innocente, prendendo le distanze da una società ormai messa alle corde a causa della dissolutezza dei costumi e della degenerazione di ogni principio. Intanto, le orde giacobine avanzano inesorabili, tant’è che la madre di Maddalena viene uccisa e la contessina si trova in miseria e latitante, e chiede aiuto al poeta inascoltato. Tra un colpo di scena e l’altro, l’epilogo arriva in maniera relativamente veloce ed è riassumibile in pochi tratteggi significativi.
Andrea Chénier viene consegnato al tribunale rivoluzionario che lo condanna a morte, Maddalena, pur di salvargli la vita si offre alle voglie di Gérard, ma questo rifiuta l’offerta e tenta in qualche modo di salvare la vita di Andrea, ma inutilmente. A questo punto, Maddalena riesce a rimpiazzare sulla carretta Idia Legray, altra designata alla ghigliottina, e insieme al suo amato raggiungono il patibolo.
“Amore e coraggio non sono soggetti a processo”, ha scritto Brasillach nel suo testamento politico, e il comportamento di Maddalena nei confronti di Andrea lo conferma. E questa attestazione non ha bisogno di approfondimenti.

Per certi versi – con tutto il dovuto rispetto per la morte in amore – altri spunti significativi si possono ricavare dal punto di vista storico e psicologico dalla figura, dalle parole e dalla condotta di Gérard, alcuni dei quali già precisati nel finale dell’articolo da Beatrice Venezi.
Innanzitutto, la presa di coscienza di Gérard quando riconosce che “Un dì m’era di gioia passar fra gli odi e le vendette, puro, innocente e forte. Gigante mi credea… Son sempre un servo! Ho mutato padrone. […] La rivoluzione i figli suoi divora”. Una persona può cambiare stato della consapevolezza di Sé, passare dalla condizione della “razza sfuggente”, definita così da Julius Evola, a quella dell’individuo differenziato, secondo il processo di individuazione di Jung, ma non può pensare che scorciatoie esperienziali ed espedienti sociali facciamo di lui altro di ciò che interiormente è.
Poi il fatto che seguire i pifferai dalle facili risoluzioni e dalle superficiali spiegazioni non porta a nessuna meta ragionevole, ma come è accaduto a lui il risultato finale è che “ha perso tutto: la sua idea, la sua anima, e Maddalena”. Gérard voleva cambiare la realtà esterna, ma l’unica cosa che è riuscito a cambiare nella sua vita è stata quella di farla sprofondare in un solitario e irreversibile incubo.

Il giudice interiore non perdona, come è anticipato nel titolo e, alla fine, il conto arriva sempre, forse pure nell’attimo irrecuperabile della fine terrena. Chissà se i tentativi di salvare il salvabile abbiano potuto redimere l’anima di Gérard, come avvenne per il Faust nel celebre attimo da fermare per il recupero del trascendente negato e fregare l’anima a Mefistofele.
Alcuni eventi possiamo immaginare siano stati quantomeno una misera consolazione delle sue angosce. Come il caso di quel Robespierre che lo invitò a pensare come lo stesso Platone avesse eliminato la poesia nel suo Stato perfetto, e finì ghigliottinato; insieme lui quel pubblico accusatore del tribunale rivoluzionario nel periodo del terrore, tale Fouquier de Tinville, al quale è attribuita la famosa frase: “Datemi una frase qualunque di una persona perbene, vi troverò elementi sufficienti per mandarlo al patibolo”, che pronunciò la condanna a morte contro Andrea Chénier.
Per finire in bellezza, c’è Maddalena, che con la sua fine volontaria testimonia l’esistenza di un amore che non può essere sconfitto da nessun odio e da nessun cinismo – come dimostrato in epoche più recenti da una certa Clara e da una certa Luisa che sovrastano con la loro grandezza simbolica qualunque umana bassezza e infamità.