Una modalità particolarmente fastidiosa in uno scritto o in un dibattito è la personalizzazione del discorso, l’introduzione di notizie soggettive e comunque di carattere privato. Questa volta devo farlo per chiarire il criterio con cui tendo ad affrontare l’analisi di comportamenti, eventi e situazioni varie.
Prendendo lo spunto da una scritta murale che era stata postata sui social “Di me amo soprattutto quello che gli altri detestano”, ammetto, nel bene e nel male, che ho un’avversione verso ogni forma subdola di sentimentalismo e di emozionalità, due stati d’animo e mentali diametralmente antitetici alla partecipazione affettiva e alla sincera sensibilità.
Su questa impostazione caratteriale si sono radicate delle esperienze e delle conoscenze che hanno definito il mio approccio al mondo politico e non solo.
Uno delle personalità, ultimo per data, e già citato altre volte insieme al collega Claudio Bonvecchio, è Giulio Maria Chiodi. L’insegnamento che ho avuto è riassumibile in una indicazione di metodo, che peraltro si collega direttamente al mio carattere indicato all’inizio: “Decostruire il sistema ideo-affettivo e ridurre il discorso al rigore concettuale”.
Questo deve essere lo spirito, supportato da una buona forza di volontà, per superare quell’istinto del pre-giudizio – lo dice il termine – che si concretizza nel coinvolgimento emotivo causato dei più disparati fattori e che inquina, più o meno pesantemente, il giudizio fondato sui dati di realtà.

Nietzsche precisa come “A volte la gente non vuole ascoltare la verità, perché non vuole vedere le proprie illusioni distrutte. Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità”. Chiarisco in anticipo che non c’è nessun intento polemico, e non lo dico come ‘excusatio’ preventiva per due motivi essenziali: il primo, che condivido il pensiero di Jünger per il quale ogni polemica non avendo spessore è ridotta soltanto a fare rumore; il secondo, perché entro in un confronto solo con le persone che stimo e di una certa caratura, le altre sono lontane anni luce della mia minima considerazione.
Da tempo immemorabile, almeno secondo la mia percezione, il cosiddetto ‘ambiente’ si è dissolto, quando non letteralmente inquinato, per cui il termine mi ricorda solo la pubblicità di Ambi-Pur per un cesso maleodorante. Una condizione di diffusa faziosità, infarcita da abbondanti illazioni e congetture, spesso non disgiunte da morbose fantasie.
Personalmente, ho avuto spesso la sensazione che in queste atmosfere patogene non ci fossero né cattiveria, né malafede, ma soltanto una incontrollabile e istintiva emersione di svariate istanze psichiche personali – invidia, megalomania, frustrazione ed altri personali sentimenti di insufficienza e di inadeguatezza. In aggiunta, devo dire, che ho notato anche una certa percentuale di facili e infantili infatuazioni, confermando che se l’amore è cieco davanti alla realtà affettiva, la cecità è presente anche nel versante politico.

L’attivante e l’accelerante di questa disgregazione anche nei rapporti interpersonali è stata la questione della guerra in Ucraina.
Il meccanismo ideo-affettivo inaccessibile alla ragione si è focalizzato alla metà, o giù di lì, degli anni quaranta del Novecento. Specificamente alla figura di Stepan Bandera, politico e militare ucraino storico esponente dell’estrema destra. È bastato un simbolo per offuscare completamente ogni disponibilità critica sul tempo attuale.
All’epoca, un amico di vecchia data che è rimasto tale, mi aveva indirettamente criticato per le posizioni assunte. Senza entrare nel merito storico-politico della faccenda, gli ho risposto con un esempio spiritoso: tifare per Zelens’kyj come se fosse l’erede di Bandera è come trombarsi una vecchia di ottant’anni pensando che quando ne aveva venti era un figone. Per un po’ non mi ha calcolato, poi abbiamo ripreso i contatti.
Neanche un momento di esitazione da parte della tifoseria, secondo la regola leninista che se la mia convinzione contrasta con la realtà, peggio per la realtà.
Nel libro “L’ultima guerra contro l’Europa” Gianandrea Gaiani, che magari un po’ se ne intende di problemi militari, aggiunge la fotocopia di un dossier desecretato nel 2014 in cui è documentato come gli Stati Uniti preparassero una strategia di infiltrazione e di destabilizzazione dell’Ucraina già nel 1957. A questo aggiungiamo gli atti che attestano i rapporti con lo Stato di Israele, la Stella di David su alcune truppe aggregate ed i comportamenti personali e finanziari quantomeno equivoci nella storia personale di questo individuo. Neppure un dubbio, il tifo è continuato nonostante l’appoggio della Nato e la conferma dell’equivoco sostegno europeo.
La seconda questione assolutamente impermeabile a qualunque tipo di ragionamento riguarda la strategia dell’invasione islamica.
Un importante esponente italiano di questa religione mi fece notare tempo addietro una dimenticanza, quella della presenza del Gran Mufti di Gerusalemme in Europa, il supporto finanziario da parte del regime italiano e la visita in Germania. In maniera più acculturata e sobria gli feci notare che all’epoca in Italia c’era Mussolini, in Germania c’era Hitler, in Giappone la divinità imperiale, mentre nel momento in cui mi scriveva in Italia c’era Berlusconi, in Germania la Merkel, in Giappone l’imperatore aveva rinunciato alla divinità. Era forse il caso, quindi, di contestualizzare persone e tempi per poter dare una giusta ed equilibrata valutazione sulla pericolosità islamista della contemporaneità.

Mi sono trovato di fronte a una terza contestazione, educata e comunque circostanziata, ma a partenza errata. Le manifestazioni in Francia interesserebbero gli studenti e motivate da problematiche inerenti all’istituzione scolastica. Nessuno può contraddire questa interpretazione, che se non è sbagliata del tutto è quantomeno ingannevole e fuorviante, pena l’accusa di essere governativo, poliziesco repressivo.
Nelle manifestazioni, che sono alla visibilità di tutti coloro che vogliono vedere, c’è una moltitudine etnica diversa da quella specificamente francese, le dichiarazioni espresse da taluni capi branco hanno una valenza ideologico-islamica, i comportamenti di devastazione non hanno nulla a che fare con le situazioni concrete, l’organizzazione diffusa e capillare non ha niente di spontaneo. La narrazione farlocca continua alla faccia dell’evidenze più innegabili, soprattutto da parte di una ben identificata fazione politica.

In Francia, come in Italia, – la dichiarazione di un etno-diverso dopo l’incursione a Vicenza “Non siamo la generazione Z, ma la generazione alfa, e vogliamo cambiare l’Italia” è una proclamazione politica – ci sono concomitanze e convergenze più o meno esplicite con quella sinistra sado-masochista che gioca sporco a scopo elettorale contro le istituzioni e il popolo, attivandosi proficuamente a portare corda, sapone e sgabello ai suoi futuri oppressori.
Per tutti quelli che con memoria commossa ed eccitata vedono in questi giovani ciò che noi eravamo, chiedo soltanto di sforzarsi per un ricordo più aderente alla realtà passata. Volevamo cambiare le istituzioni e la modalità di fare politica, non distruggere il Paese. Se qualcuno si ricorda di assalti ai supermercati, di razzie in negozi di abbigliamento di lusso di elettronica, di alberi tagliati, di giardini devastati, le città inagibili, di notti all’insegna delle risse, di scuole incendiate e di altre criminali quotidianità, si faccia avanti ed io lo ascolto.
Per quanto mi riguarda, aldilà delle motivazioni psicologiche di massa e individuali già affrontate, la diagnosi alla fine è piuttosto semplice: noi sognavamo la rivoluzione nazionale, loro si accontentano della devastazione, costi che costi, per trasformare l’Europa in un desolato terzo mondo meticcio.