Erano nove nei tempi andati, nove sorelle con un padre, Zeus, mica da poco essendo re degli dei dell’Olimpo ed una madre, Mnemosine, altrettanto importante perché custode di quella facoltà che progressivamente stiamo perdendo dal punto di vista politico, culturale e identitario, la Memoria. Una guida di particolare valore, anch’essa relegata ai margini della modernità, stabiliva i termini delle singole competenze, Apollo, il dio della bellezza.

Ognuna di queste era predestinata alla cura e alla tutela della sapienza in generale, e di specifiche abilità artistiche.

Da Clio che si ‘occupava’ della storia, a Urania dell’astronomia, poi Talia della commedia, Melpomene della tragedia, Tersicore della danza, Erato della poesia amorosa e del canto corale, Polimnia della danza rituale e del canto sacro, Calliope della poesia epica e in fondo, solo per introdurre il discorso perfettamente sviluppato da Beatrice Venezi sul suo blog dal titolo “La cultura come identità”, quella Euterpe protettrice della musica.

Il loro compito, distribuito secondo maestria, consisteva nella tenuta rigorosa della grazia e dell’armonia all’interno di un complesso sempre in sintonia chiamato ‘cosmo’, in opposizione naturale al suo antagonista, ‘caos’.

“Durante l’Ottocento” – scrive l’affascinante direttore – “la musica diventò una parte importante della ricerca dell’identità nazionale […] addirittura parte attiva del processo di formazione e consolidamento degli Stati nazionali”. In tutta Europa, gli intellettuali dei diversi Paesi favorirono la nascita e la “crescita di scuole musicali nazionali fondate sul canto popolare e sull’assimilazione del materiale folkloristico”. È così che “l’etnomusicografia svolse un ruolo importante, permettendo la raccolta e la conservazione delle tradizioni musicali locali”.

Nella sua disamina specialistica – non di mia competenza e di cui, conseguentemente, non scrivo – affronta delle questioni particolarmente cruciali che interessano la cultura in generale e, con essa, quel patrimonio storico-estetico senza il quale non ci sono testimonianze di splendore, né tantomeno consapevolezza della propria identità e di quella della comunità di appartenenza.

Princìpi e linee-guida che non solo vengono trascurati, ma che da personaggi incaricati ufficialmente di proporre valori artistici e ideali educativi ai giovani sono minimizzati e derisi, quando non addirittura demonizzati e squalificati – non li cito per non onorarli della nostra considerazione.

“Questo è il pericolo che dobbiamo fronteggiare e oggi più che mai è necessario difendere l’identità e la cultura della nostra nazione affinché si possa avere la certezza del suo futuro”, sottolinea la Venezi. Identità e cultura che non possono essere disgiunte dal concetto ineludibile di bellezza. Quel senso che fa riferimento all’estetica, direttamente collegato all’etica, e che caratterizza la nostra arte in generale, rispetto alle espressioni di altre nazioni, o addirittura alla sua assenza in altri popoli ancora. La prevaricazione dell’apologia del brutto, del grottesco, dell’informe, del disarmonico, del genericamente commerciale e ‘cattivo’ ha rinnegato il principio del “Kalòs kai agathòs”, del bello e buono, ma c’è chi, come Javier Ruiz Portella,  pone una domanda essenziale: “Perché il nostro mondo è l’unico capace di piazzare insieme cadaveri e merda nello stesso luogo in cui gli altri mondi mettevano un ‘David’ di Michelangelo o una ‘Nike di Samotracia’?”.

La musica è cultura, è una forma tutelata dalla Musa specifica di cui si è parlato, e come tutte le forme artistiche sta subendo un lento ma inesorabile imbarbarimento, a causa di quel processo di globalizzazione e di multiculturalismo suicidario che pretende di ridurre tutto ad un unico e commerciale appiattimento di gusti, di interessi e di consumo.

Seguendo una rotta precisa e condivisa di divagazioni, Beatrice Venezi annota giustamente come “Non c’è cultura che non si concretizzi in un’identità e non c’è identità che non sia informata da processi culturali”, ed è proprio contro questo principio che le forze distruttive dell’omologazione di gusti e di costumi stanno metodicamente agendo e di cui la “cultura della cancellazione” è facilmente verificabile come la “cancellazione della cultura”.

La musica non scappa da questa morsa micidiale di cui pochi sentono la pressione, mentre gli altri sono anestetizzati – proprio etimologicamente parlando, “an-aisthesis”, senza sensibilità, senza gusto, senza senso estetico, senza etica.

 

Tutte le attività artistiche hanno delle precise qualità in coloro che le esercitano: il talento, la curiosità, la passione, la disciplina e la perseveranza. Ogni forma artistica, peraltro, è figlia di un’epoca e di uno spirito, e questa nostra epoca è caratterizzata oltre che dall’assenza di uno spirito anche dalla conseguente sovversione di ogni principio.

“Il rifiuto di ogni estetica è una sfida di capitale importanza per l’ideologia dominante. Perché l’estetica è, per la stessa natura, aristocratica, e si contrappone alla massificazione come all’impostura di false élite”, osserva Guillaume Faye. L’ar-tista, l’ar-tigiano, sono proprio specificati da questa radice che codifica, se così si può dire, la realizzazione ar-istocratica di un’opera e del suo autore. Solo partendo da questi presupposti si comprende il concetto di cultura identitaria e radici comunitarie.

“Un pensiero dominante” – sottolinea la Venezi – “storce il naso di fronte a qualsiasi riferimento ad una cultura identitaria e nazionale”, un comportamento scontato per questa contemporaneità caratterizzata dal relativismo nel giudizio, dal concettualismo nell’arte, dal materialismo nel pensiero, dal nichilismo nell’esistenza. Il recupero delle tradizioni e del folklore è proprio la prima operazione da porre in essere contro il cosmopolitismo e il nomadismo degli uomini e delle opinioni. Con questo spirito di continuità si affrontano tutte le questioni emergenti per quanto riguarda la fluidificazione dei popoli.

E la stessa Venezi conclude con una speranza-sollecitazione: “Dobbiamo dare una direzione, se vogliamo evitare di appiattirci bidimensionalmente sugli schemi imposti dalla globalizzazione che distruggono qualsiasi creatività e unicità. Ciò è possibile solo attraverso una piena conoscenza delle nostre radici e una buona dose di audacia”.

Qualcuno può pensare che questo discorso sia velleitario e perdente in partenza. Ammettiamo che sia vero, e non lo è, si deve però tenere sempre presente che sono le minoranze attive con idee radicali che hanno costruito visioni e destini, mentre le masse amorfe sono sempre state incapaci di decisione e di azione. Il nostro obiettivo non è la resistenza, quindi, ma la riconquista e la rinascita.