Secondo la ripulitura in atto del linguaggio, che prevede sostanzialmente la condanna inappellabile su ogni parola non consona alla narrazione corrente e al non-pensiero omologato, per negare o stravolgere il significato di una cosa indicata si procede con il silenziamento del significante.

Semplifichiamo con un esempio la differenza tra significante e significato. Il ‘significante’ è la ‘concretezza’ di ciò che si vuole comunicare, sia in forma vocale che in forma scritta. Esempio: Remigrazione: “ritorno nel luogo d’origine”, migrazione all’indietro, al luogo di partenza. Il ‘significato’ è la ‘considerazione astratta’, concettuale, ideologica che costruisce il pensiero sulla cosa descritta. Esempio: Deportazione. Nel momento in cui il vocabolo in questione viene ripudiato in quanto fonte di evocazioni tragiche e abiette, si decide addirittura che non deve essere pronunciato.

Questa è stata la proposta di un tale che sul web ha postato un video in cui diceva testualmente che per parole come ‘remigrazione’, ‘etnia’ e ‘rastrellamento’ dovrebbe esserci il divieto di pronunciarle.

 

Andando avanti di questo passo, e ci stiamo avviando molto rapidamente, come ha scritto Michel Onfray, “Arriveremo a ridurre la gamma di pensieri [fino] a distruggere la possibilità stessa del pensierocrimine, perché mancheranno le parole per esprimerlo. […] rendere impossibile qualunque altra forma di pensiero […] qualunque pensiero eretico letteralmente impensabile”.

Pensiamo, ad esempio, alla “Scienza della parola” – come è indicata la sede del gruppo di psicoanalisi lacaniana di Udine. Secondo Jacques Lacan, l’inconscio non è un caos primordiale agitato da pulsioni, stimoli ed eccitamenti vari, ma una struttura coerente e sistematica che opera secondo leggi simil-grammaticali in un discorso compiuto da decifrare.

L’inconscio agirebbe seguendo rapporti e nessi tra significanti, e questa procedura fa in modo che il soggetto nasce e si sviluppa immerso in un’organizzazione sociale, culturale e familiare che modella il suo stesso modo di sperimentare la realtà. Senza una parola che descriva inconscio e realtà, entrambi vengono annullati.

È evidente che, se saltano i tre principi aristotelici di identità, di non-contraddittorietà e di terzo escluso, che fondano la logica non solo della matematica, ma della comunicazione in generale, diventa impossibile ogni forma di relazione basata sulla parola. Ma c’è di più. Vengono meno anche le possibilità individuali di ragionamento, di riflessione, di pensiero.

Un linguaggio ideologizzato, in più supportato da dispositivi sanzionatori nel caso in cui una parola o un concetto non siano in perfetta consonanza con quanto stabilito dal cosiddetto ‘pensiero unico’, fa in modo che qualunque relazione orale o scritta diventa precaria e incerta, quando non letteralmente impossibile.

 

La ‘fluidificazione’ del linguaggio viene in tempi e modi lontani. Parte dalla Germania, precisamente da quella che è stata definita “Scuola di Francoforte” – ufficialmente “Istituto per la Ricerca Sociale” – quella che con Horkheimer, Pollok, Adorno, Marcuse, Löwenthal, Fromm, Habermas si occupò di rassettare il marxismo dai limiti tecnico-economici e riattivarlo in una strategia politica di carattere psico-socio-culturale, con l’obiettivo di sovvertire letteralmente i canoni stessi della realtà oggettiva. L’operazione fu sottile e metodica fino all’occupazione in ambiti rilevanti della società come gli apparati clericali, le istituzioni accademiche, gli organismi scolastici, le fondazioni, le multinazionali e, ovviamente, i mass-media.

A questo proposito, in un poderoso saggio-inchiesta, Rolf Kosiek scrive testualmente: “Un effetto consistente del condizionamento esercitato dai sociologi della Scuola è da ricondurre alla loro abile strategia linguistica nell’uso delle parole, mediante la quale i contenuti che veicolavano idee di distruzione e disgregazione venivano descritti, consapevolmente e ingannevolmente, con termini d’impronta apparentemente sociale e filantropica, mentre i termini antitetici venivano screditati o diffamati con artificiosi costrutti posti in diretta correlazione con la dottrina fascista. […]. I nuovi concetti e le nuove formule dell’infiltrazione ideologica della lingua, che Marcuse definì ‘terapia linguistica’, portarono ad un progressivo allontanamento di molti termini chiave dal loro significato originario, alterando o impedendo l’accesso a una visione realistica delle condizioni politiche e sociali a gran parte delle nuove generazioni e riducendo il loro orizzonte, sia intellettuale che spirituale, che, in tal modo, furono portate a confondere la realtà con mere e fantasiose utopie”.

Questa ‘igienizzazione’ della verità, ben fornita di fondamenta negli Stati Uniti, si radicò in Francia, creando quella che passa con il termine di “French Theory”, e che aggravò ulteriormente “l’impoverimento e la deformazione della lingua attraverso il principio del “decostruzionismo”.

Foucault, Deleuze, Derrida, Althusser, Lyotard ed altri si impegnarono alla devastazione non solo delle regole e dei principi sociali, ma addirittura dello stesso pensiero che definisce una realtà condivisa. Nessun segreto in questo obiettivo perseguito con costanza, determinazione e cinismo, perché è lo stesso Derrida che, in “Margini della filosofia”, definisce il decostruzionismo come agente che “fomenta la sovversione di ogni regno”.

Eccoci al punto cruciale della irrealtà che stiamo vivendo. Ci sono due tattiche che agiscono simultaneamente a qualunque livello della realtà – politica, biologia, medicina, psicologia, antropologia, sociologia ecc. – e che definiscono un nuovo quadro della stessa.

Da un lato, la distruzione di principi, di leggi e di concetti che vengono giudicati arbitrari e illegittimi – basti pensare all’ideologia gender e alla negazione della verità genetica sui due sessi – dall’altro, la costruzione ex novo di un’altra realtà, secondo il principio che viene definito ‘performante’, che altro non è se non il delirante vaneggiamento che siano “le parole a creare la realtà, la quale di per sé non esisterebbe”.

Visti in questi termini, la questione potrebbe ritenersi confinata nell’ambito dello spasso dialettico o, in casi più gravi, nel contesto psicopatologico. Il fatto, invece, concretamente grave, è che su questa follia si siano costituite corti giudicanti e punitive – oltre ai tribunali di Stato – che intervengono con punizioni esemplari contro coloro che negano questa deriva delirante e rivendicano eterne ed inamovibili leggi di lingua e di natura.

Inquisizioni di parole e di concetti che sfuggono alle direttive dominanti e rispondono soltanto agli psico-poliziotti del nuovo ordine mondiale.