Michel Onfrey è universalmente riconosciuto per il suo famosissimo “Trattato di ateologia”, un’operazione di critica nei confronti di impostazioni mitologiche, religiose, filosofiche e di qualsiasi modello di pensiero che sia connesso ad un’idea di trascendenza, anche ad una sola ipotesi di soprannaturalità. Nel suo saggio “Teoria della dittatura” denuncia quella che a buon titolo si potrebbe definire un’eterogenesi dei fini, ovvero una vera e propria inversione di quella che doveva essere una libertà interiore acquisita dall’uomo e la sua sostituzione con un altro idolo particolarmente inquietante e pericoloso: il progresso. Il suo motto potrebbero essere le parole rabbiose di Giunone che Virgilio riporta nell’Eneide: “Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo” – “Se non posso piegare gli dei del cielo, muoverò gli inferi”.

“Quello che a noi viene presentato come un progresso” – scrive l’Autore – “è, in realtà, una marcia verso il nichilismo, un’avanzata verso il nulla, un movimento verso la distruzione. […] Il progresso è diventato un feticcio e il progressismo si è trasformato nella religione di un’epoca priva di esperienza del sacro”. Del resto, nella campagna di scristianizzazione compiuta con il fervore giacobino dai gestori delle ghigliottine, il trascendente venne sostituito dal culto della Dea Ragione.

Ora, si parla spesso di “religione laica” in riferimento critico, ad esempio, della Costituzione, della democrazia, dell’antifascismo, e in generale di molti idoli della contemporaneità che servono a surrogare delle assenze molto più significative e rilevanti.

Il nichilismo è un termine dalle molte sfaccettature e dalle molteplici interpretazioni, sempre all’interno di una cornice di disfacimento e di sradicamento. Ci si può riferire alla fine della narrazione con la sconfessione dell’eredità storica e l’abiura di ogni retaggio e di ogni tradizione, oppure puntualizzare l’assenza di un orizzonte verso il quale indirizzare il proprio destino, o ancora la persistenza di un presente reiterato senza speranza, o infine a tutti e tre gli indicatori.

Il progresso come idolo, che ha i suoi sacerdoti e i suoi fedeli nei progressisti, viene riconosciuto a partire da un presupposto para-teologico, quello di un avanzamento verso il bene, di un miglioramento continuo, di una costruzione inarrestabile del paradiso terrestre. Nei fatti, è una vera e propria decostruzione della realtà è, con essa, del concetto stesso di umano.

Nella “solidificazione del mondo”, per ricordare Guénon, esso ha distrutto metodicamente qualsiasi centro di riferimento al sovrasensibile, allo spirituale, con l’artificio metodico del materialismo e del relativismo: dallo spazio al tempo, dal denaro alla psiche, dal lavoro alle relazioni, tutto è diventato quantificabile a discapito della qualità, misurabile a detrimento dell’eccellenza.

Ad un certo punto, diventa paradossalmente difficile definire il concetto stesso di ‘nichilismo’, perché questo processo la prima cosa che ha attaccato è la parola, negandole il valore descrittivo del reale. “Se i significanti scompaiono, anche le cose significate evaporano”, osserva giustamente Onfray, per cui si può dire che se tutto è relativo, niente reale: né la natura con le sue leggi, né l’uomo con la sua identità. Cosicché, la realtà non è più un’illusione, né tantomeno un’idea, ma una costruzione mentale che permette ad ogni individuo, in maniera autoreferenziale, di decidere come sia il mondo e come può essere lui, così come opinabili sono la colpa, la giustizia, la condanna e lo stesso peccato.

Se il progressismo è un’operazione politica e di ingegneria sociale per creare un mondo nuovo e migliore, le tattiche sono state multiple e diversificate, dall’impoverimento della lingua alla conseguente abolizione della verità, dal vuoto esistenziale del singolo all’esaurimento insignificante della comunità.

Il sogno progressista è soltanto l’incubo della decadenza, un lento e inesorabile disfacimento nel mondo che è stato costruito nei secoli e che siamo abituati a riconoscere.

Ma come in ogni evento, c’è sempre una variante positiva che Nietzsche riferisce a quei pochi creatori di nuovi valori e di nuovi principi. È questo un aspetto che si potrebbe definire come tonificante, risanante, nella sua “violenza distruttiva e tuttavia promettente […] sui sistemi: gli uni vengono paralizzati, gli altri migliorano il loro stato di salute e la loro vitalità” (Jünger). Come un’altra botta di speranza – termine improprio ma comprensibile – viene da Vasiliy Golovanov, scrittore e fotografo russo, autore di “Verso le rovine di Čevengur” il quale ha scritto: “Al potere e ai suoi lacchè possiamo dire con certezza: non illudetevi, non siete i padroni del paese. I portatori di uno spirito nuovo non siete voi. Voi siete soltanto le decalcomanie della rete globale. Mutanti. Pagliacci. Traditori. E la vittoria sarà certamente nostra”. I criminali e i bari sono ‘loro’ non noi.

Stiamo sperimentando quotidianamente l’immoralità e il cinismo del potere politico e di quello economico che, come sei già detto, pretende di negare la patente di nemico a ogni suo oppositore per ridurlo ad un avversario inabile e dilettante. Noi, per essere ancora più incisivi e non interpretabili, diciamo che il dissidente può essere addirittura “un delinquente [ma] non nel senso tradizionale del termine, perché, per esserlo, bisognerebbe che sussistesse un ordine ancora valido” (Jünger), e questo lo ha negato lo stesso progressismo nichilista.