Si legge nelle sacre pubblicazioni democratiche che “la censura fascista fu il controllo totale e sistematico dello Stato sulla libertà di espressione, di stampa e di pensiero durante il ventennio. Gli obiettivi venivano perfettamente indicati come la tutela dell’immagine pubblica del regime, attraverso la cancellazione immediata di qualsiasi contenuto che potesse suscitare opposizione, sospetto, o dubbi, il controllo del consenso, la schedatura di chi perseguisse abitudini, relazioni, comportamenti sessuali, situazioni a atti ritenuti riprovevoli”.
Concordo pienamente sulla censura posta in essere dal fascismo. Approvo le epurazioni messe in atto dal bolscevismo, eliminando fisicamente i revisionisti e qualunque personaggio dissenziente dall’indicazioni del partito. Condivido l’opera di pulizia della Santa Inquisizione nell’eliminazione di tutti coloro che si presentavano con odore di eresia e anche solo con sentore di miscredenza.
Concordo, approvo e condivido qualunque tipo di potere che istituzionalizza la propria autorità attraverso ogni forma di controllo, di sanzione e di divieto, definendo con precisione i limiti della critica e le conseguenze in caso di trasgressione e, conseguentemente, il profilo del nemico.

Provo invece repulsione per la democrazia in generale la quale, sotto il manto equivoco e losco del pensiero aperto e magnanimo, rende sempre fosco ed incerto ogni vincolo di espressione, evitando vigliaccamente di stabilire con leggi e interdizioni precise ciò che è tollerabile e ciò che, invece, diventa inaccettabile.
La ‘buona’ democrazia si fonda sulla discrezionalità.
Il diritto di palestinesi ad avere una propria patria è segno di sensibilità e di apertura mentale, parlare di sovranità nazionale diventa un segnale preoccupante di razzismo e di nazionalismo. Parlare di remigrazione è un sintomo pericoloso settarismo e di intolleranza, mentre l’accoglienza indiscriminata e clandestina è indice di animo buono e di generosità.
La democrazia è talmente benevola e comprensiva che punta alla rieducazione: come quella stabilita per gli studenti che hanno esposto uno lenzuolo con la scritta “L’Italia agli italiani”.
La sua strategia parte direttamente dal linguaggio che può essere riprovevole, e da questo punto in poi non c’è parola o scritto che non possa accadere sotto le sgrinfie di solerti moralizzatori che segnalano con la simbolica matita rossa i peccati contenuti in un discorso o in una frase.
La tattica è ridurre il numero delle parole usabili, restringere il loro significato specifico, alterare la precisa applicazione delle stesse ai diversi obiettivi, così da “rendere impossibile qualunque altra forma di pensiero [e quindi] impedire qualsiasi cosa permetta di ragionare, riflettere, pensare, intendere o speculare [con buona pace] della dialettica socratica e della logica aristotelica” (Michel Onfray).

Essendo contraria ad ogni forma di censura, la democrazia evita accuratamente di impedire, ad esempio, le manifestazioni di piazza, anzi le concede quasi con generosità, anticipando grazie ai suoi solerti tromboni della disinformazione la possibilità di scontri con le opposte fazioni, facendo ricadere la colpa casomai sulla presenza provocatoria dei primi, non sulle studiate e benvenute intemperanze delle seconde, gestite dalla manovalanza democraticamente ottusa.
Di fronte a violenze, a eventi sanguinosi, a criminalità diffuse, il maternalismo democratico non interviene con la dovuta solerzia e decisione a reprimere le forme di prepotenza e di brutalità, ma chiede con suadente benevolenza di non renderle pubbliche onde evitare un doloroso “allarme sociale”. Un po’ come se si premiasse il medico che nascondesse una diagnosi, o la minimizzasse, per non preoccupare il paziente.
C’è sempre della furbizia nella manipolazione. Allora la democrazia, per cortocircuitare la censura, si è inventata il cosiddetto “linguaggio inclusivo”, che cosa significhi poi è solo un problema per i democratici, quindi non è un problema perché loro i problemi non se li pongono in quanto dovrebbero essere risolti. Nasce, così, la “xenofobia” onde evitare di indicare la provenienza di un delinquente, o la “islamofobia” in modo da eludere ogni sospetto razziale nella considerazione di un reato commesso da un musulmano, oppure si travisano i termini, quindi “remigrazione” – ritorno al luogo di origine dopo una precedente migrazione – diventa, con il cosiddetto ‘slittamento semantico’, deportazione, che quindi autorizza automaticamente a discriminare i difensori di questa procedura.
La libertà di parola, poi, non viene negata a nessuno, anzi, ben volentieri i democratici accolgono tutti nei loro salotti straripanti di benevolenza, salvo poi porre delle domande insolenti e sfacciate, un po’ per ignoranza intrinseca sui diversi argomenti, ma soprattutto per dedicarsi – sempre democraticamente, è ovvio – alla denigrazione, alla squalifica e alla mortificazione dell’ospite.
Il vocabolario dell’inclusione, manuale indispensabile per essere considerato una persona accettabile nel discorso politico, ha escluso direttamente il termine ‘clandestino’, per non parlare di ‘intruso’, ‘invasore’; l’ospite in atteso è stato ridimensionato a ‘migrante’, a ‘rifugiato’, con l’obbligo implicito di non affrontare, né tantomeno approfondire, i diversi concetti politici e sociologici che ogni vocabolo contiene in sé (Raffaele Simone).

La censura democratica ha paradossalmente espulso il termine censura dal suo catechismo, e così facendo ha negato la dignità del nemico riducendolo ad un mentecatto ingrato che non riconosce il valore del sistema in cui vive e che quindi necessita di correzione morale e recupero sociale, e quando va un po’ meglio a delinquente – sempre meglio che borghese, per dirla alla Jünger.
Ma noi vogliamo di più. Vogliamo essere considerati nemici irriducibili, giudici implacabili e giustizieri impietosi verso tutte queste ed altre sue forme di ipocrita bontà.