“Non C’è Più Niente Da Fare……È Stato Bello Sognare…” cantava nel lontano 1967 Bobby Solo. Un anno che preannunciava il fantasticare del ’68 che covava già in sé il germe di quel “capitalismo post-moderno, post-borghese e post-proletario” per usare le parole del filosofo marxista Costanzo Preve, amico e sodale di scrittura. Un evento, il Sessantotto, che sognava il cambiamento dei costumi sociali e l’emancipazione dell’uomo dai vincoli imposti dalle consuetudini acquisite – la colpa religiosa, il pudore femminile, la competizione maschile, la difesa della famiglia ecc., ogni possibile possibile divieto secondo il catechismo liberista e libertario.

Questo avvenimento, così precisamente datato, è stato preso in carico, se così si può dire dalla sinistra, pensando di poterlo gestire secondo proprie linee di pensiero, non intuendo, invece, che esso era un’altra modalità, più subdola e ingannevole del capitalismo, una sua creazione inventata e manovrata per portare all’affermazione finale del consumismo.

Il movimento degli “indiani metropolitani” fu pure un tentativo ingenuo del 1977 di risvegliare le masse soprattutto giovanili della seduzione del conformismo e dell’accomodamento proposti dal cosiddetto ‘sistema’, ma il capitalismo è intollerante al dialogo e al confronto, quindi liquidò ogni opportunità dialettica e come si disse allora, confermandosi tempo dopo, in quegli anni ci fu il passaggio cruciale dalle armi della critica alla critica delle armi. Infatti, ‘anni di piombo’ furono chiamati, stravolgendo con il sangue un’intera generazione e facendo saltare il banco al femminismo con la sua falsa coscienza e al maschilismo con il suo precario ruolo sociale.

Le organizzazioni armate, sia di destra che di sinistra, presero il sopravvento sui parolai di entrambi i fronti, tant’è che ad un certo punto ci fu una tacita dichiarazione di non belligeranza, privilegiando la lotta per gli obiettivi comuni e contro il comune nemico.

La sconfitta fu per tutti e due gli antagonisti al sistema, ma con una peculiarità peggiorativa per quella melma indistinta che adesso va sotto il nome di ‘sinistra progressista’, dimostrando la vampirizzazione che il capitalismo ha applicato alla vecchia dottrina comunista trasformandola nel “comunismo piccolo borghese, con il villino permesso, ereditario e proprio di famiglia, inalienabili in tutti i casi, e il giardino di cinquecento metri, l’assicurazione contro tutto” (Céline).

Che la sinistra sia sempre stata l’utile idiota del capitalismo è dimostrabile dalla sua iniziale operazione del ’68 fino ai giorni nostri, basterebbe soltanto mettere insieme e a confronto le tesi vantaggiose al capitalismo con quelle che continuano ad essere sostenute dalla sinistra. Solo due esempi.

Un tempo essa sosteneva la lotta di classe, discutibile quanto si vuole, ma ideologicamente comprensibile nel tentare la riduzione delle distanze economiche e i privilegi di casta. Il “mito sociologico era il proletariato [che venne sostituito dal] mito antropologico della ‘diversità’ dell’immigrato” (Costanzo Preve). Questo è il motivo fondante della sua adesione cieca e suicida al processo di globalizzazione, quello sostenuto dal capitalismo transnazionale per favorire, con l’abolizione dei confini, il traffico di merci e di uomini per un’economia senza controllo. Un tempo c’era Georges Sorel del sindacalismo rivoluzionario; c’era Mussolini, segretario del sindacato dei manovali e dei muratori a Losanna, con l’arresto nel giugno del1903 e la conseguente espulsione dalla Svizzera; Filippo, sindacalista rivoluzionario, sodale di Mussolini e fondatore del giornale “Bandiera Rossa”, caduto a San Martino del Carso a 23 durante la terza battaglia dell’Isonzo.

Dopo sono arrivati personaggi come Giorgio, benvenuto, della UIL, con un invito sul panfilo Britannia, nel 1992, quando iniziò il tempo delle grandi privatizzazioni; come Susanna Camuffo, segretaria della CGIL e ridanciana commensale di Mario Monti, entrambi nemici dell’Italia; come Maurizio Landini, sempre CGIL, a godere di un affettuoso e commovente abbraccio da parte del “vile affarista”, in arte Mario Draghi.

Alla fine, l’italico sindacalismo progressista condivide e supporta l’immigrazione, ponendosi sullo stesso piano di un Klaus Schwab che senza vergogna scrisse che “è indispensabile una quota di lavoratori con un basso livello di competenze e remunerazione [cosicché] non sussistono obblighi da parte del datore di lavoro in termini di salario minimo”: l’applicazione pratica e spudorata di quello che Karl Marx denunciava come “esercito industriale di riserva”.

A proposito, poi, dell’annotazione di Costanzo Preve, il decadimento delle rappresentanze femminili nella sinistra è più che evidente e determinato dalla scelta di sostenere tutte le stravaganze e le devianze di quel fenomeno in stile americano legato alle variopinte richieste sessuali.

Un tempo c’era Anna Kuliscioff, medico con interessi filosofici e fondatrice del Partito Socialista Italiano; c’era Rosa Luxemburg, filosofa, economista, socialista rivoluzionaria, uccisa a Berlino durante la rivolta spartachista; c’era Nilde Iotti, laureatasi in lettere con il professor Amintore Fanfani, iscritta ai fasci femminili di Reggio Emilia nel 1942, poi aderente al Partito Comunista e per quasi 13 anni, ineccepibile nello stile e nell’intelligenza, presidente della Camera dei deputati.

Alla sinistra progressista, come figurine dell’album di famiglia, non resta che una Elly Schlein con triplice cittadinanza – italiana, svizzera, americana – che balla e canta sul carro del Gay Pride, oppure Laura Boldrini, una president* della Camera dei deputat* che inneggia al ‘terzo mondo’ come mito di trasformazione della nostra civiltà. L’altra metà del cielo sinistro si aggira tra talk-show ed esibizioni incomprensibili, senza serie idee programmatiche sulle questioni femminili, che non siano aborti, uteri in affitto, riconoscimenti transgenderici e amenità varie, con saltuarie esibizioni circensi e piazzate invereconde rallegrate da “Bella ciao”, la canzone delle mondine.

E il popolo? Non pervenuto. Ma quando si accorgono che quel popolo che loro non riconoscono è quello che combatte per le frontiere, per la sanità, per gli anziani, per il lavoro e sostanzialmente per gli interessi degli italiani, scatta con veemenza lo stigma e la discriminazione, confermando la denuncia di Costanzo Preve secondo il quale “L’antifascismo in assenza completa di fascismo è diventato una religione atea per senzadio, con riti di esclusione, demonizzazione, esorcizzazione, infiltrazione, contaminazione, eccetera” e anche senza ideali e senza educazione.

Ma, e il popolo? Quello degli altri, ovviamente, raccattando una bandiera a caso ed esibendosi in contorsioni al rumore di tamburini e fischi, inventandosi fiabe rivoluzionarie e negando evidenti contraddizioni.

E così, dopo poco meno di sessant’anni, la canzone di Bobby Solo si è trasformata in un brutto incubo.