La teoria dell’idealtipo di Marx Weber ha da poco compiuto cent’anni, quindi è bene rievocarla e riconoscerle il giusto contributo alla ricerca sociologica con il caso umano del geometra Angelo Bonelli, esempio contemporaneo del delazionismo doppiopesista – bisogna inventarsi linguaggi nuovi e incontaminati, visto che quegli usuali sono infettati da equivoci e da contraffazioni.

Cosa intende il grande sociologo con il termine di “idealtipo”? Lo specifica nel suo saggio “Il metodo delle scienze storico-sociali”: è un quadro concettuale che serve come schema nel quale inserire come esempio i dati di realtà. In altri termini, non definisce la verità, ma offre la possibilità di studiare e inquadrare con un certo rigore eventi e condotte individuali e collettive.

Torniamo all’esame del comportamento del portavoce di “Europa verde” dal punto di vista psicosociologico.

Angelo Bonelli rivendica di aver fornito al questore di Roma l’indirizzo di Carla Zambelli deputata brasiliana del gruppo di Bolsonaro al fine di identificarla ed arrestarla. Così è stato, confermando l’avvertimento di Gómez Dávila di come “I fanatici della libertà finiscono come teorici della polizia”.

Bonelli delatore, lo rivendica lui stesso. Bonelli doppiopesista, fuori dubbio: la pluripregiudicata Ilaria Salis, con quattro condanne definitive e nove denunce per atti di violenza nel curriculum intellettuale, viene salvata da un processo nell’Ungheria di Orban, mentre la deputata federale Carla Zambelli, condannata in primo grado per hackeraggio, rischia di essere estradata in Brasile consegnandola alla vendetta di Lula.

C’è un filo conduttore che unisce nel disonore tutti coloro che si rifanno, a diverso titolo, a quella che, in maniera provocatoria ma veritiera, viene definita mafia antifascista? C’è solo l’imbarazzo da dove cominciare.

Un esempio decisivo di una certa mentalità delatoria lo si ritrova in quanto è accaduto nella Venezia Giulia durante i quaranta giorni dell’occupazione slava da parte delle truppe del IX Corpus di Tito, evento paradigmatico di un’unica mentalità che è ontologicamente presente nella sinistra nostrana. Tra Trieste e Gorizia vennero arrestate più di diecimila persone, seguendo la scelta discrezionale da parte di quelli che esercitavano un sedicente potere popolare, con un numero di infoibati tra i 3 e i 5 mila a Trieste, e a Gorizia, tra un migliaio di deportati sono stati riconosciuti ufficialmente 665 cittadini trucidati nelle foibe.

Questo macabro resoconto per porsi una domanda molto semplice: come facevano a conoscere nomi e indirizzi delle persone da deportare e poi uccidere, visto che i miliziani di Tito provenivano dai luoghi più inaccessibili della Serbia, della Croazia, della Bosnia, del Montenegro e della Macedonia e non conoscevano né il territorio occupato né la lingua italiana?

La risposta è semplice: perché anche in quei tempi c’erano tanti piccoli, miseri, meschini, insignificanti, inadeguati e vili Bonelli, sempre pronti a collaborare con il nemico, sempre particolarmente attivi nell’attaccare i connazionali, sempre predisposti all’agguato nell’ombra, sempre con l’attitudine alla delazione.

E denunciavano con solerzia e precisione ai boia titini, associando l’odio ideologico alle meschinità dell’invidia, del livore familiare, della vendetta sentimentale, del rancore sociale.

Proprio non ce la fanno, meschini, a esercitare quel minimo di onestà intellettuale e di correttezza politica per accettare un confronto onesto e leale. Loro applicano la “character assassination”, l’attacco a scopo demolitivo dell’avversario e, contemporaneamente, l’autoassoluzione per ogni propria vergogna pubblica e privata, spacciando, poi, quando capita, sedicenti inchieste in infamanti gogne mediatiche. L’apoteosi rimane la delazione, come quella del compagno Gassmann al tempo del Covid, che è diventata virale in tutte le sue varianti sarcastiche, quando segnalava i vicini per le loro abitudini festaiole, incoraggiando le tanto criminali quanto inutili indicazioni anticontagio.

Chissà com’erano questi ed altri da bambini, già piccoli subdoli informatori, segnalatori in erba, fenomeni con la vocazione delatoria? Chi con il braccio sul compito per non far copiare il vicino di banco, chi pronto a indicare con l’indice l’autore della pernacchia, chi a suggerire sbagliato per poter poi rispondere bene?

A questo punto sorge una domanda: essere infami è una predisposizione di un animo malato o uno finisce così per le frustrazioni e i fallimenti di un destino maligno? Sia come sia, un infamato sarà pure uno sfigato o uno sventurato della vita, ma un delatore resterà sempre un infame bollato dal giudizio inesorabile della storia.