I bulimici non sono buongustai, come gli alcolisti non sono sommelier.

I primi si ingozzano di qualunque porcheria, pur di riempire un vuoto che è prima psichico che intestinale.

I secondi trangugiano ogni liquido alcolico per soddisfare un’insaziabile sete che è solo una pulsione allo stordimento.

Queste condizioni, aldilà del loro inquadramento in ambito sanitario, dal punto di vista intellettuale e politico sono le due alterazioni favorite dalla comunicazione odierna.

Fuori di metafora, siamo nel tempo in cui non c’è una sobrietà di pensiero, un rigore nella esposizione, ma in gran parte solo un eccesso di frasi ad effetto, una profusione di parole di imbonimento, di asserzioni a carica emotiva.

Si mangiano notizie come se fossero pietanze di qualità e poi si vomitano scusanti dopo un’indigestione di cibo avariato; si ingurgitano filmati e immagini e poi si barcolla in un gioco di specchi dove tutto è falsato e dai contorni sempre più confusi.

La lista delle pietanze è prescritta secondo le indicazioni del cuoco e varia a seconda della giornata di somministrazione, e se qualcuno osa chiedere di un eventuale fuori-menù è visto come il solito scocciatore inopportuno.

È questo il tempo allegorico dell’informazione sedicente democratica, dove un eccesso di notizie copre la mancanza di contenuti e di approfondimenti, mentre un’enfasi di rappresentazione serve a distogliere l’attenzione da ogni tipo di verità.

Peraltro, i diffusori di questa malattia, che ha un nome preciso e si chiama retorica, hanno dei nomi e delle funzioni ben precise; ognuno di loro – avverte Gorgia – “è, senza dubbio, in grado di parlare contro tutti su tutto, sì da persuadere, in breve, la massa su tutto quel che vuole”.

Questi miserevoli personaggi, con la caratteristica di supportarsi vicendevolmente nella loro azione di propaganda spacciata per giornalismo, per insegnamento o più ancora per cultura progressista, hanno dalla loro parte la situazione di passività in cui la massa si è posta molto spesso volontariamente, preferendo la comodità dell’apparenza al disagio della ragione. “Ho mangiato e bevuto tanto, ma ho speso poco”.

È così che si costruiscono gli individui sempre meno abilitati a pensare e ad agire in modo alternativo rispetto ai dettami che i prestigiatori della carta stampata e gli illusionisti dello schermo televisivo propinano incessantemente.

“I meccanismi moderni di informazione provocano nell’individuo una sorta di ipnosi” – precisa Jacques Ellul –, e mantenendoci dentro la metafora alimentare, una specie di insaziabilità permanente che deve essere costantemente gratificata, pur nella consapevolezza più o meno inconscia della sua mancata soddisfazione. È questo, in pratica, il meccanismo che tecnicamente viene chiamato “nomofobia” – no mobile phobia – ovvero la dipendenza dalla connessione continua, con una sintomatologia sovrapponibile a quella dei disturbi sopra menzionati, come l’ansia per l’astinenza da alcol e la compulsione verso il cibo.

Su questa situazione di diffusa fragilità giocano facilmente i tenutari dell’informazione, inondando lettori e videoascoltatori di continue e sempre nuove notifiche che solo pochi sono in grado, e soprattutto hanno la voglia, di verificare e analizzare.

Del resto, quali mezzi ha il singolo, seppure culturalmente attrezzato ed eticamente dotato, di opporsi in maniera efficace e soprattutto diffusa a ciò che i martellatori della propaganda possono ampiamente mettere in campo? “La prova” – precisa sempre Gorgia – “non ha nessun valore rispetto alla verità, ché, talvolta, contro uno possono premere le false testimonianze di molte e reputate persone”.

Quando succede che il bulimico viene beccato sul fatto mentre si ingozza con tutto quello che trova nel frigo, e l’alcolista con l’ennesimo bicchiere pieno nell’arco di brevissimo tempo, entrambi trovano delle buone scusanti per evitare qualunque forma di interferenza e di presa di coscienza – “è la prima volta”, “smetto quando voglio”, “è stato un momento di debolezza”, “ci sono problemi peggiori” ecc. –, e lo stesso accade quando i disinformatori di professione scivolano sulla famosa buccia di banana che proditoriamente avevano messo al passaggio della loro vittima.

Capita, quindi, che, quando quello che legge un comunicato fasullo, o che falsifica una condizione bellica, o che denuncia un fatto mai avvenuto, o che nasconde una prova controproducente viene come si suol dire beccato con le mani nella marmellata, si giustifica con la semplice rettifica e niente accade, esattamente come agli psicodipendenti che non riescono ad affrontare la verità sulla loro condizione.

Sono questi i cosiddetti intellettuali e comunicatori che, per usare le parole di Gorgia “gente che sa solo servire e solleticare i nostri appetiti, senza affatto sapere dove, in questa materia, stia il bello e il buono, e che, quando va bene, riesce a riempire e ad ingrassare i corpi degli uomini e ne riceve lodi, ma che alla fine rovinerà quelle carni originariamente sane”.

Bulimici di notizie e alcolisti di menzogne, mentre gli spacciatori e i manipolatori continuano nella loro operazione di distruzione del minimo senso critico.

Torniamo, quindi, alla degustazione delle notizie e all’assaggio dei filmati, in modo che il desiderio di informazione diventi un sano ed educato appetito di conoscenza e non la fame malata e guasta di notizie.