A pagina 113 del Manifesto del Partito Comunista (Editori Riuniti, Roma 1977), Marx ed Engels avanzano la questione della necessità di un sovvertimento drastico di ogni assetto sociale esistente, con lo scopo di sostituire la dittatura della borghesia – Stato borghese – con quella del proletariato – Stato proletario. Secondo gli intendimenti dei due, quest’ultima dovrà essere solo un dispositivo temporaneo all’interno della Storia, addirittura per il superamento dello Stato stesso. Dopo questo stadio, con il comunismo realizzato, si sarebbe costituita una società senza classi, quindi senza profittatori e oppressi, e alla fine l’inutilità dello Stato stesso, in quanto superfluo regolatore di superati conflitti, vista la consolidata armonia tra gli uomini.

Come si suol dire, qualcosa è andato storto. Ovunque si sia realizzato, il comunismo diventò solo un partito totalitario a unica e indiscutibile rappresentazione di quello Stato che doveva diluirsi in un’atmosfera di benessere e di felicità. La classe proletaria, che avrebbe costituito una coscienza identitaria inossidabile, finì per dimostrarsi solo affetta da un’invidia incontenibile nei confronti di quella borghesia che avrebbe dovuto annientare – a dimostrazione che il proletario era soltanto un borghese mancato.
Vinse, teoricamente e almeno all’inizio, usando l’impostazione ideologica gramsciana e comprendendo pienamente il legame tra cultura ed egemonia, quindi si attivò da bel principio nell’occupazione – quasi militare, secondo le parole di Costanzo Preve – di tutti i gangli della comunicazione, da quella popolare a quella accademica. Fu un’impresa facile per due motivi: la grande disponibilità economica e la cieca sottovalutazione di quest’operazione da parte degli avversari.
Il proliferare di discutibili sedicenti intellettuali in tutti i campi – assolutamente indipendente dalle capacità culturali di questi soggetti – è stata sicuramente una strategia di grande risolutezza, di forte spregiudicatezza, di smisurato cinismo e di straordinaria perseveranza.

Mentre il “nemico” era impegnato in manovre circoscritte alle questioni economiche e genericamente pratiche, la sinistra comunista – per distinguere da questa attuale fatua e scadente – si imponeva con le sue tattiche precise a consolidare quella figura che Gramsci chiamò di “intellettuale-morale”, l’operatore astuto che aveva il compito di agire sul terreno degli ideali, delle usanze, dell’identità e della cultura nel senso più generico del termine.
L’obiettivo più generale, consapevole o meno, era quello di revisionare letteralmente la visione del mondo secondo consuetudini e natura, per portare il discorso all’accettazione di qualsiasi tipo, anche distruttivo, di novità. Le rovine si stavano già manifestando, senza grandi reazioni coordinate, confermando quella che lo stesso Gramsci definiva con il termine di “rivoluzione passiva”, ovvero l’accettazione remissiva e indolore di tutti gli stravolgimenti in atto – dalla deformazione del senso delle parole, alla normalizzazione delle più fantasiose devianze. È la finestra di Overton spiegata in termine politico della strategia gramsciana.
Solo così si comprende il successo di agguerrite minoranze nel perseguire e raggiungere obiettivi che qualunque onesto proletario avrebbe considerato come depravazioni borghesi – come quella stessa arte affetta da estetica conformista che l’importante filosofo marxista György Lukács aveva descritto come “articolo volontario destinato a parassiti oziosi”.

Marx ed Engels, come si dice, hanno letteralmente segato il ramo sul quale erano seduti. L’unico obiettivo ottenuto è che hanno creato un uomo nuovo, ma che di uomo e di umano non è rimasto pressoché nulla. Hanno ottenuto la sovversione di ogni ordine sociale, ma il risultato è stato quello di degenerare in un disordine molto peggiore, con tanto di ringraziamento della borghesia parassitaria e pigra.
Perché non sono forse piccolo-borghesi quei bamboccioni oziosi o giovani adulti scaduti che manifestano per la Palestina privi di un substrato culturale e semplici megafoni di slogan suggeriti? In ritardo di più di cinquant’anni rispetto a noi che con i palestinesi avevamo istituito un patto d’onore.
Perché non sono forse cascami di una vita fallita quelli che, forniti di qualche etto di metallo variamente distribuito sui corpi deformati, protestano contro la normalità inneggiando ed esibendo il degrado? Anche Trockij li disconoscerebbe come nipotini malriusciti.

Perché non sono forse patetici ventriloqui quelli che sproloquiano su temi di gran moda, oppure marciano in rumorosi cortei ululando altrui suggerimenti, seguendo come topi il suono seduttivo dell’artificiale anticonformismo, senza conoscere il pifferaio corrotto ed equivoco?
Marx ed Engels volevano rivoluzionare il mondo e la realtà, e hanno prodotto solo rovine strisciando tra le quali aleggiano i fantasmi deliranti del più distruttivo nichilismo.
Il fascismo partì dall’azione per costituirsi in ideologia, questi incominciarono con l’ideologia e finirono nella dissoluzione, consumando i principi stessi che l’avevano sostenuta. Non mi pare sinceramente niente di cui vantarsi. Come disse un amico usando una metafora, la sinistra continua ad agitarsi pensando di danzare, invece le sue sono solo convulsioni afinalistiche.