Scrive Wikipedia che lo storytelling corrisponde all’italiano “affabulazione” ed usa i principi della retorica. Su AI Overview, operazione impostata sull’IA che “sintetizza le informazioni provenienti da più fonti”, conferma lo storytelling come “l’arte e la disciplina di raccontare storie in modo coinvolgente ed efficace, utilizzando principi della retorica e della narratologia per strutturare una narrazione che catturi l’attenzione del pubblico e trasmetta messaggi memorabili”. E la stessa fonte chiarisce che per “affabulazione” si intende “l’atto di narrare in modo affascinante, abile, talvolta come un fondo di infondatezza o inventiva”.

Introduzione indispensabile in un’epoca di relativismo in cui ognuno può affermare tutto e il contrario di tutto con esuberante nullità di concetti e di giudizi.

È proprio caratteristica dello storytelling e dell’affabulazione la modalità con cui la sinistra esprime la propria tolleranza e la propria comprensione nei confronti di qualsiasi deviante, fino al peggiore criminale, in un’ottica di disponibilità d’ascolto e di becero buonismo; predicatori della tolleranza e della benevolenza che come dice Gaber “ti vien voglia che gli saltassero i denti”.

Di fronte ad indiscutibili realtà delinquenziali contro le quali i cittadini si organizzano per una più che lecita, direi doverosa, autodifesa, i sinistri si dedicano alla compassione di questi poveri giovani emarginati e non considerati che si dedicano all’illegalità soltanto per darsi un tono e per richiamare l’attenzione. Un viscidume rivoltante.

Di fronte all’assassinio di un avversario politico, gli stessi odiatori pontificano nascondendosi dietro ad un pacifismo che dire di maniera è un eufemismo: negano l’odio di cui sono intrisi storicamente – di classe, prima, e di normalità, ora – secondo la classica organizzazione paranoica di pensiero: non sono io che odio, e l’altro che non ama.

Distruttori di lapidi, di targhe e di cimiteri, cercano di esorcizzare il male che hanno dentro, la loro miseria spirituale, e nel supportare con parole e fatti qualunque criminale devianza, favoleggiano di una realtà che non c’è, né mai ci sarà, e per non svegliarsi da un sogno utopico favoriscono gli incubi reali che prolificano.

“Aboliscono la storia in favore di una posticcia metafisica buonista”, osserva Giovanni Sallusti, cosicché, i refrattari dell’intelligenza e i reietti della cultura costruiscono storytelling che se non fossero delle tronfie retoriche e delle miserabili farneticazioni sarebbero soltanto delle favole di e per bambini disfunzionali – che, per altro, magari loro sono. Tanto per fare riferimento a quanto succede nel nord-est in cui vivo, è saltato fuori un fenomeno molto tempo fa che pretendeva di cambiare la località di Ronchi dei Legionari in memoria dell’epica marcia su Fiume, in Ronchi dei partigiani, per commemorare i quattro gatti delle Brigate Garibaldi perfettamente complici delle bande criminali dell’infoibatore Tito. Poi c’è quello che scrive come l’Istria e la Dalmazia siano sempre state slave e croate, perché lui se ne frega della realtà storica, della divisione in Illiria e Pannonia, della confluenza con l’impero romano d’Oriente, della villa di Diocleziano a Spalato – minuzie, perché non vuoi vedere la realtà senza gli occhiali distorsivi della menzogna sinistra. Il terzo arnese dell’antifascismo sproloquia sulla contrarietà alla cerimonia per la marcia su Fiume in quanto contraria ai valori dell’Unione Europea. Naturalmente, il fenomeno in questione vaneggia anche su un’ipotesi eversiva in questa celebrazione, non rendendosi conto che l’unica eversione in atto è quella tra i due neuroni in netto antagonismo tra di loro nel vuoto pressato del contenuto cranico.

È questa la meschinità e l’indigenza dello storytelling rispetto a quella che, nei principi e nei contenuti, è la narrazione. Con l’usuale rigore e approfondimento intellettuale, il filosofo Byung-Chul Han, la definisce come “momento di verità interno”, come “stabilità dell’essere”, in opposizione alle favole dello storytelling che altro non sono che “un sintomo della patologia che caratterizza il presente”. Ogni dispositivo storico necessita di una narrazione, e a questo punto il filosofo specifica e chiarisce perché c’è un successo consolidato di fronte a questo bisogno di identità comunitaria: “I modelli narrativi populisti, nazionalisti, di estrema destra o tribali […] rispondono proprio a questo bisogno”.

La sinistra può raccontare tutte le favole che vuole sul proprio eroismo, può tentare qualunque operazione materiale o politica di denigrazione delle altrui imprese, può provare a mistificare tutte le azioni di gloria nazionale, può contorcersi in qualsivoglia distorsione della storia non condivisa, ma lei resterà soltanto un avanzo delle vecchie grandezze politiche che per sopravvivere necessita di difendere la feccia dell’umanità. Niente storia per questa sinistra in disarmo, ma solo cronaca, e spesso soltanto nera.

 

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