Ogni qualvolta governo e opposizione si trovano a confrontarsi viene sempre messo in mezzo quel mefitico elemento di conflitto che si chiama “consenso elettorale”.

Il primo rivendica la totale gestione dell’autorità in quanto santificata dalla vittoria delle urne – trenta per cento dei diritti al voto; la seconda pretende di rappresentare quel rimanente settanta per cento, dando per scontato che gli astenuti rappresentino automaticamente un’alternativa di autorità.

Errore reciproco e condiviso: l’autorità è imprescindibile dal prestigio, dall’autorevolezza,  è la saggezza etica che convalida le azioni e legittima le decisioni, il tutto determinato dalla potenza del carisma; il potere è la facoltà di influenzare e di decidere per conto terzi, perseguendo fini e obiettivi che sono sia collettivi che personali, e che può anche usare metodi coercitivi.

Per essere ancora più noiosamente precisi: la prima è caratteristica della comunità, che si fonda sull’idea di bene condiviso; il secondo è peculiare della società, dove prevale l’interesse dell’individuo e al massimo la convenienza di lobby tra affiliati.

Per questi e altri motivi non ci può essere autorità in un sistema partitocratico, perché al massimo questo può essere inteso – quando va bene – come una lotta tra boss, tra capibanda, per usare un frasario alla Max Weber. Del resto, “l’autorità del ‘dono di grazia’ (carisma)” – della politica come passione – è stato sostituito dal “demagogo […] soprattutto del tempo della democrazia” – della politica come professione.

Quando non si sa più che pesci pigliare tra errori, disfatte e sconfitte si invoca l’unzione delle urne, o la diserzione dalle stesse. E allora si assiste allo scatenamento, più ridicolo che sensato, delle interpretazioni dei risultati.

Sono convinto che, con più di quarant’anni di anticipo, Jünger, da buon visionario, aveva percepito perfettamente la ridicolaggine elettorale, la farsa dei cosiddetti ‘ludi cartacei’.

“Gli organi di potere, interrogano senza posa e non certo animati da un ideale di brama di conoscenza. […] non cercano il nostro contributo alla verità oggettiva né, tanto meno, alla soluzione di questo o quel problema particolare”. Questo lo si vede nello scatenamento pubblicitario sul referendum per giustizia, dove il giudizio su un cambiamento specifico sull’ordinamento giudiziario viene dato in pasto a una massa di inesperti, sollecitati da testimonial altrettanto incompetenti.

In questo, e in molte altre questioni, la domanda radicale è “A che pro scegliere, se la situazione non consente la scelta?”, se destra e sinistra sono figuranti diversi di uno stesso potere eterodiretto. È bene chiarire ai promotori della affluenza e dell’importanza del voto, ai falsificatori del suo valore democratico – ‘Tanto va lo schiavo all’urne che si sente cittadino’, recita uno slogan murale – che è proprio “L’astensionismo uno dei comportamenti che rendono inquieto il Leviatano”: ‘Cosa meditano?’, ‘Cosa tramano?’, ‘Cosa aspettano?…

Pubblicato nel 1950, a sette anni dalla morte della filosofa Simone Weil, “Il manifesto per la soppressione dei partiti politici” assume un valore descrittivo eccezionale della contemporanea melassa di una politica senza ideali, senza dottrina, senza etica, ridotta conflittuale amministrazione pubblica.

Per le persone che gestiscono un partito, peggio ancora se tenutario di un potere, “Se quest’anno ci sono tre membri in più dell’anno scorso, o se l’auto finanziamento ha permesso di raccogliere cento franchi in più sono contente. Ma desiderano che questo andamento continui indefinitamente nella stessa direzione. […]. Esattamente come se il partito fosse un animale all’ingrasso, e l’Universo fosse stato creato per farlo ingrassare”.

Tutti gli aderenti al partito, con più o meno prebende, devono perfettamente adeguarsi alle sue decisioni, costi quello che costi anche in termini di dignità, perché ogni trasgressione sarebbe vissuta come una sorta “di infrazione a un codice d’onore”.

Questa lucida ed eccellente anarchica aveva compreso benissimo la condizione primaria che caratterizza la messinscena partitocratica, che peraltro è sovrapponibile all’espressione figurata toscana dei ‘ladri di Pisa’ i quali di giorno si azzuffano ferocemente, ma di notte si alleano per delinquere e poi litigano sulla divisione del malloppo.

Se si prende atto di questa condizione, si ha la risposta indubbia sui perché dell’astensione dal voto.

Quando i rappresentanti della partitocrazia si azzuffano, tutti uniti, però, dalla reciproca blindatura dei propri privilegi e delle proprie garanzie – il vitalizio è proprio quella inventata rendita di posizione per chi, senza l’ombrello sociale del mestiere politico, non saprebbe neanche battere un chiodo.

Le loro interviste e i loro dibattiti sono i giochi di ruolo di chi – in maniera più o meno elegante, astuta e spregiudicata – conosce la gestione della retorica, per cui “è, senza dubbio, in grado di parlare contro tutti su tutto, sì da persuadere, in breve la massa su tutto quello che vuole” (Gorgia).

L’esercizio del pensiero basato sulle competenze è da considerarsi non pervenuto, perché – conclude Simon Veil – “l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici, e si è espansa, attraverso tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero. Non è certo possibile rimediare a questa lebbra, che ci sta uccidendo, senza cominciare dalla soppressione dei partiti politici”.

In nota alla conclusione della grande Veil: … e dei sedicenti intellettuali, pennivendoli, gazzettieri, imbrattacarte e guitti vari che si aggirano intorno alla greppia del potere per poter godere di qualche avanzo di retribuita notorietà.