“La Nuova Aristocrazia consisterà esclusivamente di eremiti, barboni e invalidi permanenti. Il Burbero Dal Cuore Tenero, la Troia Tisica, il bandito gentile con la madre, l’epilettica che sa trattare gli animali, questi saranno gli eroi e le eroine della Nuova Tragedia quando il generale, l’uomo di stato, il filosofo saranno diventati lo zimbello di farse e satire. […] la Conoscenza degenererà in una sommossa di visioni soggettive — sentori nel plesso solare indotti dalla malnutrizione, immagini angeliche generate da febbre o droga, sogni premonitori ispirati dal suono dell’acqua che cade. Intere cosmogonie create da qualche risentimento personale dimenticato, epiche scritte in linguaggi privati, gli sgorbi dei bambini apprezzati al pari dei maggiori capolavori. […] Deviato dal suo normale e salubre sfogo nel patriottismo e nell’orgoglio civico o familiare, il bisogno delle Masse materialiste di un Idolo visibile da adorare sarà incanalato in vie totalmente asociali dove l’educazione non lo può raggiungere”.
Molti si sono scandalizzati per l’installazione cosiddetta “artistica” denominata “Iwagumi – Dismisura” in Piazza Maggiore a Bologna, con la Basilica di San Petronio come fondale.

Intanto, primo punto, chiariamo che “Eness” non è un artista, ma “uno studio artistico multidisciplinare australiano con sede a Melbourne e fondato da Nimrod Weis”.
Secondo punto, è un lavoro effimero e temporaneo che, al di là delle patetiche interpretazioni del relativismo contemporaneo, riassume nella sua informe dilatazione di rocce gonfiabili soltanto l’imprecisa e amorfa mentalità della nostra epoca.
Terzo punto, peraltro il più significativo, l’esilarante sindaco di Bologna ha pensato di sistemare l’obbrobrio per le feste natalizie del 2025, come se la nostra civiltà non avesse da proporre e mantenere ben più significative e simboliche rappresentazioni di questo evento. E nella delucidazione di questo sgorbio viene pure specificato il “contrasto tra l’arte moderna gonfiabile e i monumenti storici medievali e rinascimentali della piazza”.
E così, per dare una pennellata di infamia agli orrori che una politica psicopatologica offre quotidianamente, non si può che ritornare al poeta – come Wystan Hugh Auden, attraverso il monologo di Erode citato in apertura, o a Jünger, che nel commentare il pensiero di Hölderlin in “Pane e vino” avverte dell’avvento dell’“evo dei Titani. In questo evo il poeta andrà in letargo. Le azioni saranno più importanti della poesia che canta e del pensiero che le riflette. Sarà un Evo molto propizio per la tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura. [Si assisterà alla] scomparsa della grandezza, della qualità e della sostanza che caratterizza l’età del nichilismo”.
Guardiamoci attorno e tutto è immerso in un appiccicoso laidume.
I visi sono trasformati dalla ristrutturazione fisionomica con la chirurgia cosiddetta estetica; la musica, senza ritmo e senza armonia, è una accozzaglia di rumori intervallati da frasario tossico e criminale; l’abbigliamento è un miscuglio improponibile e informe di fogge e di colori; il cibo è ridotto a consumo variabile senza gusto e senza bontà; le piazze trasformate in bivacchi e in luoghi da sbracamento; la stessa sedicente arte – e la rappresentazione defecatoria bolognese lo dimostra – o meglio la “non arte”, secondo la precisazione di Javier Ruiz Portella, è “la sistematica distruzione della bellezza. L’intronizzazione, al suo posto, del brutto, dell’anodino, del volgare. […] Questo significa innalzare il brutto al posto del bello”.
E proprio lui, il militante del Partito Comunista spagnolo, il condannato dal Tribunale dell’Ordine Pubblico per l’attività sovversiva, che dopo un lungo periodo di latitanza e di frequentazione dell’altra parte della Cortina di ferro, al rientro, riesce a scrivere che “Un solo Stato – lo Stato nazionalsocialista – ha fatto ciò che tutti avrebbero dovuto portare avanti: combattere la degenerazione dell’arte”.
Invece è trionfante la laidocrazia. E per giustificare questa deriva antiestetica, c’è sempre qualcuno che tira fuori dal cappello dello stregone il concetto di “statico” e di “antico” come paradigmi negativi e metri di paragone da considerarsi desueti e improponibili, rispetto ad un’arte post-moderna che vede nel brutto semplicemente una versione relativista di libera considerazione. Insomma, la codificazione filosofica del motto popolare “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”.

Senza dubbio interessanti approcci dal punto di vista filosofico alla questione, ma volgendo lo sguardo a tutto ciò che ci circonda, forse sono più condivisibili, talune considerazioni di Portella quando afferma che “Quel che si è spento tra noi, non è il ‘senso estetico’: è la capacità di lasciarci trasportare dall’oscurità alla luce e al sacro” – come nelle antiche interpretazioni secondo le quali il bello era il fondamento essenziale e ineludibile per confermare il buono, per offrire una sorta di ponte dalla concretezza quotidiana all’ideale trascendente. Oppure quando denuncia la deriva della nostra realtà, chiedendosi “come mai il nostro mondo è l’unico capace di piazzare insieme cadaveri e merda nello stesso luogo in cui gli altri mondi mettevano un David di Michelangelo o una Nike di Samotracia?”.
Guardiamoci intorno e comprendiamo perfettamente il perché di questa vittoria del brutto. Perché la contemporaneità, con l’immediatezza del consumo e la superficialità del giudizio, ha reso anche la bellezza un accessorio superficiale e, con esso, anche il brutto considerato opinabile. Con la laidocrazia è trionfante l’anestesia – an, senza e aisthesis, sensazione, percezione – l’incapacità di cogliere le differenze e di scegliere con cognizione. Se poi ci mettiamo il giustificazionismo progressista e la rassegnazione omologante, non c’è argomentazione per affrontare il disastro.
E con ciò, teniamoci le rocce gonfiabili e oscuriamo con queste la Basilica di San Petronio e i monumenti medievali e rinascimentali, tanto in pochi se ne accorgeranno e se la prenderanno a male.