Ci sono delle parole e dei concetti che ormai sono entrati nell’uso comune senza alcun filtro di obiettività e di ragione. È così per l’“accoglienza”, un mantra della retorica globalista che confonde – o ne ignora volutamente la differenza – tra il “dovere all’ospitalità”, che Kant inserisce nel saggio “Per la pace perpetua”, e l’arrogante “diritto all’insediamento”, secondo la felice locuzione di Furedi. È così per l’“antidiscriminazione”, criterio quantomeno irritante, se non esecrabile, perché nega in sé il diritto alla scelta e ad esprimere una preferenza in quanto, secondo i chierici della parrocchia buonista, in qualunque “differenziazione” troveremo il seme occulto dell’intolleranza e del disprezzo. È così, per depotenziare “il barbaro e il fuorilegge spirituale” – per usare le parole di Jack Donovan – il sistema utilitarista e conformista si è inventato la virtù della “resilienza”, una perversione concettuale che sotto la patina untuosa dell’adattamento positivo alle difficoltà si nasconde l’accettazione passiva di una sorte imposta.
Nel cestino disordinato delle anomalie intellettuali, uno che spicca da tempo passa sotto il nome di “empatia”. Non c’è progressista che non abbia a cuore, con mirabile commozione, questa necessaria qualità umana.

Paul Bloom ne elenca alcuni: George Lakoff per il quale “Dietro ogni politica progressista di singolo valore morale: l’empatia”; Jeremy Rifkin – secondo cui l’obiettivo da raggiungere è “una coscienza empatica globale”; Emily Bazelon si addentra nel complicato mondo giovanile, scrive come “L’aspetto più inquietante del bullismo è la totale mancanza di empatia”; Andrew Salomon è preoccupato per il nostro tempo, xenofobo e intollerante, a causa di “una crisi d’empatia”.
Lo psicologo Martin Hoffman ha addirittura trovato tre tipi di empatia: quella emotiva, che consente di immedesimarsi nella situazione di un altro e di percepire il suo stato d’animo; quella cognitiva ovvero di porsi nella condizione di comprendere il punto di vista altrui; quella compassionevole che si manifesta nel desiderio di soccorrere e sostenere gli altri.
Queste tre categorie sarebbero e sono un piatto prelibato in un approccio psicoanalitico serio. La prima perché solo un soggetto saccente e presuntuoso può pensare di entrare nella personalità e nelle emozioni di un estraneo e porsi nella condizione di trovare le cause di un disagio e magari pure di risolverlo.
La seconda perché confonde due termini che non solo sono non misurabili, ma addirittura antitetici. Capire è un processo razionale che segue le regole della logica, si fonda sulla razionalità e necessita di informazioni concrete; il comprendere, secondo il filosofo e psichiatra tedesco Karl Jaspers, è indirizzato ad indagare la soggettività e i suoi vissuti. Il capire legato a sentire la parola; il comprendere è specifico dell’ascolto interiore.
La terza, per molti versi, è la più pericolosa delle due precedenti, anche se le include e le combina. Essa è la rappresentazione di quel “furor sanandi” perfettamente inquadrato da Freud in ambito clinico, dove un terapeuta megalomane e narcisista pretende di risolvere i problemi dell’altro in un eccesso – per usare un ossimoro – di pessima bontà.
Quando, perciò, c’è qualcuno che pubblicizza una certa capacità empatica è meglio alzare le antenne, perché e sicuramente uno dei solerti salvatori che nascondono una coscienza malnutrita.
Due questioni risultano importanti in questo discorso sull’empatia: la prima è che essa risulta inserita il più ampio ed equivoco campo della moralità, per cui, “l’empatia diventa più forte dell’equità, portando a una decisione che la maggior parte di noi considererebbe immorale. [Questo perché] l’empatia riflette preconcetti e propensioni] l’empatia riflette preconcetti e propensioni [e perciò] distorce i nostri giudizi morali nello stesso modo in cui lo fa il pregiudizio” (Bloom).

Ogni approccio sentimentale, soprattutto se esacerbato da un eccesso di espansività emotiva, diventa una palla al piede nell’esercizio di qualunque elaborazione di pensiero e attività concreta. Per questo motivo, ogni terapeuta professionalmente preparato non può considerarsi tale senza un percorso di analisi personale, pena di mantenere quella che celebre psichiatra e psicologo junghiano Adolf Guggenbühl-Craig ha chiamato la “ferita del guaritore”, con conseguenze serie per sé e per le persone con cui entra in contatto. In sostanza, l’empatia è una pessima guida morale [che] andrebbe arginata attraverso la ragione. Più cervello, meno cuore. E anche il cuore ne beneficerà” (Bloom). Un consiglio che va dall’individuale al politico, senza sospensione di continuità.
Un’ultima considerazione è dedicata a Simon Baron-Cohen, psicologo e psichiatra di fama mondiale per lo studio sull’autismo, il quale ritiene “gli individui malvagi non sono niente di più che persone prive di empatia”.
Errore clamoroso, caro professore, perché la categoria più pericolosa per la società è quella degli psicopatici, che sostanzialmente si disinteressano delle pene altrui, e soprattutto di alleviarle, ma sono altamente funzionali per quella che è “l’empatia cognitiva”, ovvero la capacità di entrare in sintonia proprio con le debolezze altrui, “l’abilità di leggere accuratamente i desideri e le motivazioni degli altri [con l’obiettivo di usarla] per crudeltà e sfruttamento” (Bloom).
Teniamo sempre bene a mente l’avvertimento di Guccini “da chi ti paradisa dicendo “è per amore” / libera, libera, libera, libera nos Domine!”, perché, come ha perfettamente diagnosticato lo scienziato e filosofo Michael T. Ghiselin, scomparso due anni fa “Graffia un altruista, e vedrai sanguinare un ipocrita”.