A proposito di vigilanza linguistica, Gustave Le Bon, nel celeberrimo saggio “Psicologia delle folle”, dedica il primo paragrafo alla questione del linguaggio, e con precisione mirata ne delinea l’importanza: “Il potere di una parola non dipende dal suo significato ma dall’immagine che suscita. […]. La ragione e gli argomenti logici non riuscirebbero a lottare contro certe parole e certe formule. […]. La potenza della parola è così grande che bastano alcuni termini ben scelti per far accettare le cose più odiose”.
Questo suo lavoro, riconosciuto come il più noto e il più diffuso tra le sue opere, ha avuto la sua prima edizione esattamente centotrenta anni fa, quando la parola aveva una trasmissione estremamente limitata e i mezzi di comunicazione erano di una esiguità per noi impensabile.

Immaginiamo quale importanza abbia, nella contemporaneità, quanto denunciato da Le Bon con tutti i raffinati mezzi a disposizione del sistema nel condizionamento delle masse. Basti pensare allo scandalo che ha coinvolto la BBC, con le conseguenti dimissioni dei suoi vertici, nella rivelazione documentata delle parole di Donald Trump e della risonanza negativa a livello internazionale basata una vera e propria falsificazione mediatica. Un’operazione di manipolazione facilmente attuabile con il “taglia-e-cuci” gestito nelle redazioni della propaganda.
Quella riferita è semplicemente la manipolazione della parola finalizzata a distorcere ogni significato e ad impedire la conoscenza reale del pensiero e dei fatti.
Ma ormai siamo ben oltre alla distorsione semantica, e siamo giunti direttamente alla proibizione diretta dell’uso di determinati vocaboli.
“La povertà di linguaggio rende deboli: rischia di farci diventare schiavi delle idee altrui” ha detto Giorgio Barberi Squarotti considerato come uno dei più importanti critici letterari della nostra epoca. E non c’è nulla di scandaloso, né relegabile negli antri oscuri del complottismo, prendere atto di come il “politicamente corretto” – prima sottile e subliminale censura partorita negli anni ’30 dalla sinistra americana – abbia attecchito in Europa metastatizzando la cultura dei singoli Stati in tutte le sue espressioni.
Siamo ben oltre, in quanto quel “politicamente corretto” che Stefano Di Michele, nella prefazione del saggio “Igiene verbale” di Edoardo Crisafulli, con arguzia ed estro la definisce come “una sorta di baraccopoli lessicale, una bidonville dove il senso comune si perde e il buon senso scappa per i vicoli. […]. “Linguaggio geneticamente modificato […] è un progredire, lento ma inesorabile, sul terreno del surreale”, ha superato da tempo i confini della realtà.

E, alla fine, nel surreale siamo immersi. Anzi, nel surreale stiamo affogando.
La semantica, la disciplina che studia i significati da codificare in precise parole, e che nella prospettiva logica stabilisce i limiti di un linguaggio rigoroso e razionale, è stata molto semplicemente demolita. Nei comportamenti che i politici, gli intellettuali e i mass-media mantengono di fronte alle questioni più complesse e vitali che coinvolgono il singolo e la comunità di appartenenza, si evidenzia una totale sudditanza alle pressanti mode di purificazione del pensiero.
Di esempi ce ne sono a centinaia nel già ha citato libro di Frank Furedi “La guerra contro il passato”. Quando, a vario titolo, nell’università escono precisazioni come “non tutte le persone nate femmine sono donne, e non tutte le donne sono nate femmine”, oppure negare il termine “figlio” perché discriminatorio nei confronti di chi non ne ha, o ancora proibire il termine “coniugi” perché rievocativo della coppia marito e moglie, o introdurre l’espressione di “misgendering” quando in un approccio con una persona si usa un pronome non appropriato per il genere alla quale la stessa si sente di appartenere, la razionalità è ridotta ai minimi termini.
Se la nostra capacità di comunicare attraverso il linguaggio è ciò che ci distingue come esseri umani, perché è attraverso le parole che costruiamo le nostre relazioni, gli affetti e fondiamo l’appartenenza ad una specifica comunità, la perdita di un senso condiviso che crea l’identità psichica, politica e morale della comunità stessa determina una condizione di anomia.

In questo senso, il sistema decide il significato da dare ad ogni singolo termine e, con esso, il valore concettuale del medesimo.
Se a questa condizione ci aggiungiamo il controllo sistematico di ciò che è dicibile o è inesprimibile, che è appropriato o è scorretto, che è lecito o è proibito, se viene istituito un criterio moralistico tra ciò che è irreprensibile e ciò che dev’essere ritenuto riprovevole, e quindi magari punito, la società diventa, quando va bene, un agglomerato confuso, ma quando va male uno stato di guerra civile ideologica.
In questo preciso momento di discussione sulla questione dell’educazione sessuale nelle scuole, c’è sempre il solito imbonitore narcisista e megalomanico che pontifica contro gli oppositori di una discutibile impostazione educativa, tirando fuori dal cappello magico della retorica il deterrente linguistico chiamato “oscurantismo”.
Perché per i detrattori della Storia e i negatori di qualunque valore riferito al passato, ogni ipotesi seppur balzana che abbia il timbro progressista, è un segno di apertura mentale e di elevatezza intellettuale, nonché di personalità positiva.
Per quanto riguarda il famoso consenso informato, è arrivato a dire che sarebbe una soluzione ragionevole per quanto riguarda quei “figli – purtroppo per loro – di genitori chiusi, bigotti, retrogradi, oscurantisti… così non potranno sfruttare l’educazione familiare…”. Quindi, tutto ciò che viene definito da minoranze supportate da uno stato fallimentare è automaticamente altamente significativo.

Questo è risultato di quell’ideologia progressista che crede di combattere il femminicidio e il patriarcato negando il valore politico della famiglia con l’apertura alle più ridicole e contemporaneamente pericolose perversioni psichiche e morali.
Senza i principi linguistici ai quali fare riferimento, ogni esame di realtà diventa impossibile, e qualunque approccio educativo, sociologico, psicologico viene da bel principio invalidato.
Con una lingua sterilizzata da ogni valore simbolico, anche il pensiero non trova spazio per la sua elaborazione: la realtà sfuma in una inconsistente utopia e il futuro un incubo spacciato per un sogno da costruire.