Quando in tempi non sospetti dicevamo che “il proletario è solo un borghese mancato”, magari con una buona quota di invidia e di risentimento, intendevamo proprio – in senso più ampio e differenziato nei metodi, ma coerente e conseguente negli obiettivi – l’esistenza di una fatale comunione di pensiero e di visione del mondo tra il marxismo e il capitalismo. Che sia il materialismo storico secondo il quale la storia viene a determinarsi secondo rapporti economici, o quello del capitalismo dal massimo profitto finanziario e dal soddisfacimento istintivo di qualunque tipo di voglia terrena, in entrambi i casi c’è l’esclusione di ogni valenza spirituale e psichica.

Sia il marxismo che il capitalismo giocano la loro partita, che si potrebbe definire amichevole, facendo leva su quella che per lo gnosticismo è la maggioranza dell’umanità e chi viene chiamata degli Ilici – da Hyle-terra. Essi nascono, si riproducono e muoiono, vivendo come gli animali e sopraffatti dagli istinti, insomma mandando all’aria l’incitamento di Ulisse ai suoi compagni di viaggio “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Marxismo e capitalismo, quindi, l’ignobile e indecoroso connubio generatore del materialismo, e loro contemporaneo terreno di coltura.

Usufruendo di alcuni versi del Cirano di Guccini, quando recita “E voi materialisti, col vostro chiodo fisso / Che Dio è morto è l’uomo è solo in questo abisso / Le verità cercate per terra, da maiali / Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”, la domanda riguardante la questione giovanile, intesa come documentata deriva verso l’infelicità, ben condita da una incontrollata rabbia che si manifesta in modi diversi dal suicidio alla violenza gratuita eterodiretta, è come mai si è giunti a questa situazione impensabile qualche decennio fa? A chi imputare le responsabilità? Da che parte cominciare per un auspicabile risalita etica e psicologica?

A chi il dovere di togliere i giovani – per parafrasare Guccini – dal letamaio della comodità avvilente fatta di esaudimento di voglie indiscriminate e di grufolamenti alienanti per far crescere loro le ali del desiderio e la volontà di perseguirlo?

La scuola, si sa, è al minimo storico del punto di vista educativo, ma la famiglia come complicità non è da meno in questo disastro generazionale. Sopra di loro, in una concomitanza che non è casuale, ma dovrebbe essere assolutamente primaria, c’è uno Stato che ormai è diventato il gestore impersonale e irresponsabile di entrambe le agenzie educative.

È accaduto perché, questo Stato, nel corso dei decenni, attraverso delle riforme che sono state letteralmente suicide, ha ridotto la prima istituzione in una organizzazione conflittuale scardinando quella che dovrebbe essere di armonia costitutiva. I rapporti sono diventati delle relazioni pressoché contrattuali, senza nessuna autorità di riferimento, con una infantilizzazione degli adulti ed una adultizzazione dei figli.

Forte della sua esperienza sul campo, lo psichiatra e psicoanalista Jean-Pierre Lebrun ha osservato che “Ormai i genitori hanno bisogno dei loro figli per garantire la loro identità”, con la ovvia conseguenza che la retorica dell’antiautoritarismo – chiaramente indispensabile per mantenere questa perversione relazionale – “ha prodotto figure patetiche come i genitori o gli insegnanti ‘amici’”, conferma a riguardo Paolo Crepet.

In questa aberrazione circolare del sistema famiglia, quelli che pagano il prezzo più elevato sono proprio i giovani nel paradosso di essere autorizzati a comportarsi da adulti, ma contemporaneamente essere molto più immaturi e sprovveduti delle generazioni precedenti. Questo ha comportato e comporta un elevato indice di insicurezza, associato a gravi disturbi della corretta identità, due fattori che non giustificano però fanno comprendere almeno una delle motivazioni che li spinge a ricorrere ad esperienze di devianze fino al crimine gratuito.

È scontato, spero, che questa accertata colpa non venga interpretata come una gratuita accusa per un’unica causa.

Certo è che la famiglia, primo elemento politico di una comunità, seppure abbandonata volutamente da un sistema disinteressato alla sua esistenza, si è adeguata per diffusa comodità alle deresponsabilizzazioni del sistema stesso. In un certo modo, ha abdicato alla funzione narrativa – per dirla con una terminologia abusata e anche molto spesso distorta – per adattarsi al comfort anti-conflittuale dei tempi postmoderni. In due parole, nessun principio del retaggio da trasmettere, né esempio del patrimonio etico da tramandare, ma solo cedevole e inconsistente accomodamento della quotidianità da gestire.

Kant si domandava se mai una colomba avesse pensato che senza l’attrito dell’aria avrebbe potuto volare con più agilità. Gli umani non solo l’hanno creduto possibile, ma hanno applicato questo paradosso nel campo educativo e in quello più genericamente psichico. Mentre avrebbe dovuto prenderlo seriamente in considerazione, e rendersi conto che proprio la scuola e la famiglia avrebbero dovuto essere i sostenitori dell’attrito e della forza di gravità, per rendere più forti e più allenati i giovani che si apprestano a volare. Hanno rinunciato alla funzione di addestratori per ridursi al ruolo di compagnoni godendo insieme della trascuratezza nello sforzo educativo.