Scrive Ernst Jünger riferendosi ai politici che “Uno dei caratteri peculiari del nostro tempo è che le scene più significative sono legate ad attori insignificanti. […] L’aspetto irritante di questo spettacolo è il legame tra una statura così modesta e un potere funzionale così enorme”. Questa sua considerazione è davanti agli occhi di tutti, basta passare in rassegna gli uomini e donne che occupano i posti chiave sia livello nazionale che in quello europeo che in quella internazionale. Se qualcuno trova tra questi figuranti uno statista, un economista, un filosofo o un sociologo di spessore e di onestà intellettuale, si faccia avanti con nome e cognome.

Anche il laureato, per quanto esperto e specialista, è ridotto ad un semplice gestore di un sistema tecno-economico eterodiretto in cui le nazioni sono aziende, il popolo degradato a popolazione, l’economia è un artefatto della finanza, la politica una tecnica manageriale

 

È questo, in fondo, il paesaggio del nichilismo, in cui non c’è nessun passato da ricordare e difendere, e neppure un futuro da definirsi come destino, ma solo un presente da far trascorrere nel migliore dei modi possibili, magari adulterando la memoria di rievocazione e virtualizzando l’avvenire. Il compendio musicale di questa fatuità esistenziale è “Canzone per Francesco” di Roberto Vecchioni – molto prima che si rincoglionisse – “E contro il niente adesso parte / ogni mezz’ora un volo charter / itinerario di gran moda”.

Se questa è la condizione squallida e insieme fastidiosa delle cosiddette alte sfere, non è che in basso, nell’umanità sfuggente della banalità quotidiana, le cose siano migliori, visto che poi questa umanità sfuggente è quella che vota e invidia lo stile e il potere dei vertici che la gestisce.

Anche qui, il fatuo vive e prolifica. Tante volte è divertente spiluccare nelle biografie autoreferenziali che si trovano in rete e nelle pagine dei social.

C’è chi si spaccia per blogger, un termine assolutamente insignificante e di difficile identificazione, se non quella di gestore di un sito personale dal quale diffondere commenti, notizie e giudizi sulla realtà dallo stesso interpretata. Passi questa già discutibile attività, la parte comica della faccenda e che scopri l’insussistenza culturale e sociale dell’amministratore stesso.

Poi trovi il fasullo opinionista – che è già da brivido come qualifica. Nel suo campo si scatena la più variegata umanità, quella per intendersi, e per usare le parole più volte ripetute dell’amico Massimo Fini, che intende democraticamente le libertà di parola con la libertà di dire cazzate. È il mondo il cui motto è “Ho diritto di dire la mia”, con un salvacondotto per qualunque minchioneria e supposizione.

Continui a navigare e ti imbatti nella fauna più caratterizzata, quella dei sedicenti giornalisti, finiti nell’Ordine professionale perché cooptati da un editore o da un direttore compiacente. Scavi un po’ nel curriculum e scopri quattro articoli archeologici di stampa, tutti scritti per giornali di parrocchia o ininfluenti, gran parte finiti per consunzione e documentatamente letti da pochi sodali di ambiente.

Cani sciolti nelle proprie autodefinizioni sono i suonatori da sagre che se li senti parlare si tronfizzano come se fossero i maestri dei Pink Floyd; i pittori, che si pavoneggiano in discutibili vernissage del “voglio ma non posso”; i poeti, che dopo Alighieri, Leopardi, Ungaretti, pensano di sé “Finalmente qualcuno di talento”; le new entry sono i “Digital creator”, soggetti x che diffondono immagini, video, audio, commenti – della serie “Vedo persone e faccio cose” il più delle volte con scappellamento a sinistra; infine gli scrittori autodidatti e autopubblicati, che vivono nell’illusione di esserlo in contrasto con la reale incapacità di produzione e di compilazione. Questi ultimi, per certi versi, sono i più pericolosi in quanto se ben posizionati in qualche redazione per la diffusione di gossip e banalità, si organizzano tra loro anche autopremiandosi e autointervistandosi, confermando quello che disse Céline ad Henri Mahè in uno splendido carteggio dal titolo “La brinquebale”: “E poi si sa, i premi vengono assegnati da giurie fighette ad autori fighetti a uso di lettori fighetti”.

Perché è accaduto tutto questo? Perché ormai la cultura, intesa nel significato più ampio di conoscenza, di professionalità, di preparazione e di documentati risultati ha perso ogni valore etico. L’inconsistenza educativa, la negligenza formativa, la trascurabilità curricolare, l’irrilevanza specialistica hanno determinato un totale disinteresse verso qualsiasi forma di competenza e di esperienza, che anzi risultano un peso, quando non una minaccia, per quel potere che esige flessibilità, accondiscendenza e subordinazione per poter aggiungere gli obiettivi predefiniti. Che senso avrebbe avuto scartare gli avvertimenti di un premio Nobel come Montagnier sulla questione vaccinale dando credito al suo diffamatore come Bassetti, oppure tacitare un altro Nobel come Carlo Rubbia sul cambiamento climatico e dare spazio internazionale a una ragazzina disturbata come Greta Thunberg, se non quello di screditare le voci competenti che si opponevano a una narrazione falsa ed equivoca per patrocinare e spalleggiare solo chi era ossequente alle disposizioni governative?

Io ho un sogno distopico. La realizzazione in una commissione galattica che stabilisca il tempo di un anno affinché tutti coloro che straparlano di cose che non sanno – i tuttologi, tanto per inquadrarli – possano esibire a specifiche agenzie giudicanti i loro curricula scolastici, le attività professionali svolte, la quantità e la qualità degli articoli prodotti, dei saggi, dei libri, dei filmati, dell’interviste, di progetti realizzati e di quanto possa mettere in evidenza le loro reali competenze. In caso di incongruenze o di straripamenti in campi ignoti, le condanne dovrebbero diversificate ma indirizzate ad un’unica pena: l’astensione da qualsiasi esternazione vocale o scritta per un tempo definibile a seconda della gravità di comportamenti precedenti.

Con un sano e rigoroso mutismo, e un altrettanta salubre e intransigente agrafia, il mondo sarebbe più silenzioso e la rete disintossicata.

Ho anche un motto attribuito al filosofo cinese Lao Tzu per questa operazione di salute pubblica: «Chi sa non parla, chi parla non sa». Dimenticavo, anche la democrazia tracollerebbe, con un godimento aggiuntivo.