Lo splendido quadro di Alberto Kollmann descrive perfettamente, dal punto di vista simbolico, quella che è l’allegra e impertinente atmosfera politica della democrazia parlamentare.

E pensare che c’è ancora chi si meraviglia di certe piroette e di disinvolti cambiamenti, come se fossero manifestazioni di un certo governo o di questo periodo di diffusa decadenza.

La ruota circense gira e, comunque vada, ad ogni giro tutti ritornano nella stessa posizione, in uno scambio fittizio di posto e in un tempo sempre uguale e sempre circolare.

Dato che il movimento è prestabilito, non ci può essere scambio di altalena, ma solo un momentaneo scambio di prospettiva, in una diffusa e condivisa allegria.

Questo è ciò che accade nel varietà democratico, sotto lo chapiteau costituzionale e nei diversi ruoli circensi. C’è l’acrobata che si arrampica sugli specchi della retorica, c’è il contorsionista delle opinioni ad effetto, c’è il funambolo delle più azzardate enunciazioni, c’è l’illusionista dei più inverosimili trucchi, c’è il giocoliere delle pubbliche distrazioni.

Proviamo a individuare fisicamente i molteplici rappresentanti di queste esibizioni e vi assicuro che li troviamo tutti e in gran numero.

C’è l’arrampicatore fraudolento nelle manipolazioni storiche, l’opinion maker – così si chiama, per darsi un tono, “il personaggio della cultura, del giornalismo, della politica, dello spettacolo, che direttamente o indirettamente orienta e guida i giudizi e le scelte dell’opinione pubblica” – mascherato di finta indipendenza, l’imbonitore che sputacchia inverosimili soluzioni, il prestigiatore di voti con il cappello elettorale ricco di sorprese, l’intrattenitore da villaggio turistico nell’intermezzo delle esibizioni.

Se poi, per giusta serietà, torniamo alle faccende concrete lasciando perdere le pur significative interpretazioni simboliche, vediamo che i personaggi reali esistono.

C’è quello che si inventa ipotetici attacchi da parte dei russi e quindi la necessità di armarsi fino ai denti, c’è quello che si spaccia per conoscitore di chissà quali segreti mentre è soltanto un gossiparo da buco della serratura, c’è quello che fa campagne elettorali su improbabili capacità decisionali, c’è quello che si lascia a prendere la mano da interviste con un eloquio tanto imbarazzante quanto divertente.

Della serie, come dice una vecchia battuta, “Affrettatevi! Che più gente c’è più bestie si vedono”.

Alla ovvia e opportuna serietà nell’affrontare il problema circense democratico-parlamentare, c’è un’altra variante più tragica e triste che unisce trasversalmente – destra e sinistra – la compagine partitica, ed è l’ineffabile propensione al tradimento.

È tradimento, quello della sinistra che, con il suo narcisismo intellettuale tanto corrotto quanto impotente, ha letteralmente raso al suolo la sua struttura gerarchica fatta di studio e di attivismo per ridursi ad un vago complesso isterico contestatario. Convulsioni patetiche a difesa di Eurolandia e della Palestina hanno fatto perdere di vista i problemi più pressanti che interessano l’Europa e l’Italia, come la questione lavorativa, il benessere dei cittadini, il futuro dei giovani. La sinistra, ormai sterilizzata da ogni forma di ideale politico, è stata avvelenata da una concezione semplicemente amministrativa della realtà, con l’aggravante di aver assorbito i peggiori veleni della concezione americana e nomade del mondo.

I lavoratori sono stati venduti al mercato globale, ed è grazie all’offuscamento cognitivo e al blackout intellettuale che si è fatta portavoce di una pratica che, oltre alla dissoluzione identitaria e culturale del Paese, continua a negare l’evidenza “che il lavoro dei migranti serve ai padroni per svalutare il potere contrattuale conquistato in decenni di defatiganti lotte sindacali” (C. Preve), e quindi persiste nella suicida difesa di questa invasione allogena.

Il cosiddetto welfare ha ormai i giorni contati, nella distribuzione a pioggia di diritti verso persone estranee che non hanno mai contribuito ad assumerli, nella privatizzazione della sanità e delle basilari forme di sostegno al popolo in difficoltà, nella perdita giornaliera del potere d’acquisto del singolo e della sicurezza della comunità nel suo complesso.

“I giovani” – a causa di una “onnipotenza astratta e di concreta impotenza” – “sono oggi il cuore di un mostruoso esperimento antropologico-sociale”, e assieme alle nuove generazioni si assiste di fatto alla distruzione della famiglia; giustamente, avverte Costanzo Preve, che “a nessuno salti in mente di utilizzare il nobile concetto di ‘comunismo’ per questa feccia sociologico politica”. Il comunismo difendeva la Nazione, la famiglia e il lavoro, questi cascami sinistri sono i paladini del meticciato, del gender e della precarietà.

E a destra non è che le cose, in quanto a senso identitario e coerenza, siano messe meglio. Se, con le parole di Preve, “L’antifascismo in assenza completa di fascismo è diventato una religione atea per senzadio, con riti di esclusione, demonizzazione, esorcizzazione, infiltrazione, contaminazione, eccetera”, non è che questa parte emerga per qualche moto religioso, per qualche afflato spirituale, per qualche principio identitario.

Solo che a destra – usando comunque un termine obsoleto e imperfetto – la situazione è molto più grave. Perché mentre a sinistra la sua instabilità politica e culturale è comprensibile nella disfatta totale nella messa alla prova anche solo elettorale, a destra il tradimento avviene gratuitamente, per una sorta di cedimento di fronte alle esigenze del potere. In questo caso, si apre una falla nel motto di Giulio Andreotti “Il potere logora chi non ce l’ha”. Forse sì, se ci si limita al discorso economico, familistico, nepotistico, di notorietà e di successo sociale, ma certamente no se si tratta di storia, di dignità, di onore e di rispetto per le proprie radici. E questo senso alla destra di governo – con le ultime esternazioni di appoggio all’invasione un’americana e ripudio degli ultimi eroismi, e con il premio del conservatorismo a nome di chi ha negato il valore della società, ha predicato l’individualismo e ha fatto assassinare i difensori del cattolicesimo irlandese – di quelle radici non rimane neppure la traccia del loro sradicamento.

Indistinguibili, perciò, nel circo democratico-parlamentare, la destra e la sinistra, peraltro unite nel comune tradimento delle proprie origini e nella difesa ossessiva dei propri condivisi privilegi di casta.

 

 

 

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