“È la mia vecchia piaga, capitare in mezzo a partiti le cui contese mi riescono fastidiose e spesso ripugnanti”. Sono le parole di un grande spirito Libero, Martin Venator, il protagonista di uno dei più avvincenti romanzi distopici di Ernst Jünger, “Eumeswil”: egli è storiografo di giorno e steward notturno presso il palazzo – casbah – del dittatore di nome Condor.
Rileggerlo e rileggerlo, con il passare degli anni, ti dà delle intuizioni e delle sensazioni che in un momento precedente o ti avevano solo sfiorato o le avevi sottovalutate.
Il romanzo può essere visto come la narrazione simbolica di una lunga tenuta e decadenza di un sistema totalitario, con momenti visionari e allucinati “che si placano solo nella catastrofe finale del potere”.

Martin Venator, per un periodo di tempo fa l’assistente di Vigo, un altro storico che una certa misura, anche notevole, lo aiuta a definire quella che si può chiamare una specie di “cartografia caratteriale”.
Innanzitutto, la “Neutralità interiore. Si parte partecipi quando e quanto se ne ha voglia”. Questo, se stabiliamo, è il primo messaggio da prendere in considerazione nel momento in cui si decide di partecipare ad un gruppo politico. Quanto la decisione è dettata dal principio di ragione e quanta dipende dalla necessità di riempire un vuoto esistenziale? Quanto è determinata dalla volontà di rivincita per propri fallimenti personali e quanto invece è libera da ogni condizionamento emotivo?
È da questo principio, che si può definire ontologico, che viene definirsi quello che sotto tutti gli aspetti è possibile identificare come “archetipo” – un modello primitivo, essenziale – e che Jünger descrive perfettamente con il termine di “anarca”. Un soggetto differenziato che si distingue nettamente dalle comuni convulsioni che caratterizzano gli individui dediti agli interventi sui contesti storici e di vita comune.
L’anarca non vive di antagonismi, è vaccinato contro l’invidia, è renitente a qualunque forma di rivendicazione, è esente da qualsiasi velleità di cambiamento del contesto di appartenenza: l’anarca è l’uomo libero, l’anarchico no.
Mentre prepara i cocktail per il Condor, Martin è preciso nell’esecuzione e distante da ogni sentimentalismo: “Mi guardo bene dalla simpatia, da una partecipazione interiore. […] Inoltre il servizio costituisce, come qui nel bar notturno, una parte dei miei studi, quella pratica”.

Quando vedo spuntare come funghi nuove aggregazioni politiche e nuovi gruppi partitici, li osservo con terapeutica distanza. Sotto sotto c’è anche una forma di tenerezza nel vedere foto di riunioni con 8-10 persone dall’età media intorno ai 55-60 anni, oppure i gazebi con al riparo alcuni ottimisti pensionati. Si formano unioni che pretendono di fiondare sulla scena pubblica millantando obiettivi chimerici e potenzialità immaginarie.
A parte il fatto che considerare la politica con l’idea di partiti legati ad una visione distante decine e decine di anni dalla realtà, ha già in sé un che di patetico. Pensando poi di intervenire senza le basi di una profonda dottrina e con i nuovi meccanismi stritolanti della nuova politica politicante, è un altrettanto patetica supponenza e velleità.
La figura dell’anarca, già ampiamente studiata e dibattuta all’uscita del primo libro, ben 45 anni fa, è sempre stata affascinante e probabilmente, per l’epoca, poco coinvolgente per le nostre generazioni.
I tempi erano diversi, il potere era diverso, gli obiettivi erano diversi e le aspettative erano diverse. Se non si fanno i conti con queste peculiarità, ogni azione diventa un’agitazione dettata da insufficienze personali e da rivendicazioni plebee nella contemporaneità.
“Il tratto particolare che fa di me un anarca è il fatto di vivere in un mondo che, in ultima analisi, non prendo sul serio. Il che rafforza la mia libertà: servo come un osservatore volontario”, scrive Jünger, un atteggiamento che manca a molti, non tutti, i protagonisti delle nuove stagioni politiche. Osservano poco, studiano niente, e confortati – si fa per dire – da più o meno e eclatanti fallimenti sia politici che personali, si nutrono di astio e tramano vendette.
Sono incapaci di prendere le distanze dei coinvolgimenti quotidiani, e contemporaneamente soffrono di solitudine e magari di una infantile incomprensione. Hanno bisogno di convivenza e di condivisione, perché. “L’uomo ha disimparato ad essere autonomo”.
È stupefacente osservare l’agitazione del più piccolo gruppuscolo politico, dove tutti i partecipanti “Si danno in braccio al sentimento là dove, invece dovrebbero riflettere”.

In generale, gli agitatori, quando per patologico cinismo non si sentono loro stessi leader e portatori di esorbitanti successi elettorali, allora sono sempre in attesa del capo che li conduca alla vittoria; se poi la conclusione non è come la prevista velleitaria ambizione, la colpa ricade sempre sugli altri che non comprendono e non collaborano. A questo proposito, “L’anarca, invece, non accarezza nessuna attesa. Non punta se non su se stesso. In fondo, sono tutti acchiappatopi, qualunque sia la melodia con cui si presentano”.
È questo il tempo della massificazione, la vittoria dell’uguaglianza sulla libertà e la legalità, la santificazione del conformismo e il tabù della differenza. È qui che il pensiero di Jünger si riporta al criterio che ha caratterizzato tutta la sua opera di pensatore: il singolo. È lui – il differenziato – che conosce le regole del gioco e che non intende giocare al banco con i bari.
Non c’è pifferaio, né illusionista, né giocoliere che possa avere la meglio sul suo spirito refrattario ad ogni lusinga, e si tiene anche distante dai parolai, dai demagoghi e dai criticoni di ogni razza e colore, perché “Per quanto riguarda i riformatori del mondo, conosco bene gli orrori commessi in nome dell’umanità, del cristianesimo, del progresso”.

Abbiamo già dato, ha detto qualcuno, e adesso ci mettiamo in attesa e in ascolto di un finale che non sarà certamente trionfale. Né rimorsi, né rimpianti, né altre umane devianze. Il riassunto lo lasciamo a Giorgio Gaber nel suo. “Io se fossi dio”: “Non mi interesserei di odi di vendetta / E neanche di perdono / Perché la lontananza è l’unica vendetta / È l’unico perdono / E allora / Va a finire che se fossi Dio / Io mi riterrei in campagna / Come ho fatto io”.
È la distanza spirituale a fare la differenza.