Ogni due per tre – come si suol dire – c’è sempre qualche articolo, qualche puntualizzazione, qualche segnale di allarme sullo scadimento della sanità in generale e in maniera più specifica sulla disfatta della gestione manageriale e in diverse misure sulla fine del sistema di assistenza come è stato inteso ed attivato per molti decenni.
La cosa è più sconcertante è che in generale ci sia una quota cospicua di persone che si meravigliano e contemporaneamente si indignano per un evento – quello del degrado – che ha iniziato molto tempo fa e che sta accelerando in maniera esponenziale.
Correva l’anno 1992, e con la Legge 502 venivano liquidate le vecchie Unità Sanitarie Locali e iniziava l’epoca delle Aziende Ospedaliere. L’ipocrita operazione era fondata sulla retorica della “centralità della persona” attraverso le false prospettive di spoliticizzare la sanità e di migliorare l’efficienza e l’autonomia degli apparati preposti alla sua gestione.
La realtà dei fatti ha dimostrato che l’interferenza partitocratica è rimasta indenne, che la qualità si è lentamente sbriciolata e che la privatizzazione è proseguita in maniera incontrollata e smisurata.

Già 25 anni fa Ivan Cavicchi, uno dei principali esperti a livello accademico di sanità e della sua organizzazione, in “Salute e federalismo” avvertiva dei rischi, ad esempio, insiti nel criterio dei cosiddetti “livelli essenziali di assistenza”, essenzialità che “deve essere necessaria al malato e non solo al bilancio dello Stato”, sulla manipolazione linguistica dei farmaci essenziali “riclassificati come “‘utili ma non importanti’”.
Con lentezza metodica e feroce spregiudicatezza, il processo di disumanizzazione della sanità e di meccanizzazione dei suoi apparati ha proceduto senza intoppi né fattive opposizioni.
Uno dei più grandi inganni che questa trasformazione ha propagandato è quello della “razionalizzazione delle cure”. Niente di più falso e di fuorviante. È stata posta in essere una vera e propria strategia di razionamento delle prestazioni e dei farmaci, senza tenere conto che “una politica di razionamento della cura, oggi, nella società attuale, con inedite possibilità scientifiche e un’evoluzione etica della cultura del diritto e dell’autorealizzazione, non ha molte giustificazioni a proprio sostegno. Costringere scienza e tecnica in tutte le loro articolate applicazioni a giustificare atti di amministrazione della vita, è non solo grave ma pericoloso”.
Quella che è passata come la volontà di migliorare l’efficienza e l’efficacia delle prestazioni nella prospettiva di una migliore prevenzione e cura dei cittadini, si è trasformata – ed era già prevista, per chi voleva vedere – in un’operazione di mercato dove tutto si concludeva all’interno di un’ottica finanziaria.

Poi, lo stesso Cavicchi, rilancia la sua denuncia nel 2006 in “Malati e governatori”.
Altroché liberazione dalle sgrinfie della politica! “I direttori delle Aziende Sanitarie sono ostaggi nelle mani degli assessori” – per inciso, tecnicamente e culturalmente incompetenti – e in questo modo si dimostra ampiamente come nella logica della lottizzazione “una nomina può essere legale e nello stesso tempo immorale”.
Anche la “sovranità del soggetto” si è dimostrata una perfidia retorica, perché quando il fine è il risparmio, necessariamente finiscono all’ultimo posto le finalità di salute. In questo modo, conferma Cavicchi, “L’economicismo è un’ideologia rispetto alla quale la politica sanitaria finisce per soccombere”.
È cosi che l’amministrativismo finisce per decidere i fini, i mezzi e le modalità di intervento per la salute pubblica; il gestionalismo finisce col gestire la salute in maniera riduzionista, azzerando la stessa idea della complessità della persona e della salute stessa.
Il regionalismo, che ha scelto l’aziendalizzazione della sanità, giustifica ogni tipo di malgoverno, e “non tanto per migliorare le condizioni della sanità pubblica”. Tutto è stato incentrato sulla questione finanziaria, e diritto alla salute dipende dagli interessi del direttore generale.
L’azienda è stata concepita come strumento di risparmio e solo secondariamente come dispositivo migliorativo per la salute dei cittadini, quindi “per fare risparmio non si fa la salute che si dovrebbe fare”.
L’economia, come la tecnica peraltro, non persegue fini etici, ma semplicemente la riuscita del raggiungimento dei propri scopi nei termini più rapidi e meno costosi possibili.

Per questi motivi c’è solo “un’azienda equivoca”, in quanto in sé nega un’evidenza assolutamente inconfutabile, ovvero che “La conformità tra una prestazione medica e un bisogno di cura è un problema di valutazione squisitamente clinica. Gli economisti a questo riguardo non hanno titolo”. Per questo motivo, qualunque tipo di risoluzione decisa, dai livelli essenziali assistenza alle linee-guida, non tiene conto delle differenze delle singole persone e sono solo l’indice di livellamento sui parametri finanziari.
Come sempre accade, quando l’ideale del meglio presuppone il tradimento della concretezza del bene, e quando il cosiddetto “meglio” si trova inserito nella cornice economico-tecnologica, “La fiducia fra uomo e uomo va perduta”, sottolinea con precisione Karl Jaspers.
È così che, già nel 2012, in un articolo del 28 luglio sul Corriere della Sera, si incensava l’opportunità delle visite in rete – fenomeno peraltro agghiacciante e già diffuso addirittura nella pratica psicoterapeutica – con le seguenti parole “i medici visitano in rete perché via mail c’è più confidenza”. Una vera e propria propaganda fraudolenta.
Senza quel rapporto di vicinanza, anche corporea, che è preliminare all’anamnesi e fondamentale per il controllo terapeutico, le visite sono ridotte a prestazioni – osserva Giorgio Cosmacini – e con loro la riduzione del medico a prestatore d’opera.

La catastrofe aziendalistica ha piallato anche questa prerogativa intima tra medico e paziente, burocratizzando ogni notizia in base a parametri informatici e riducendo un rapporto strettamente personale in un report di dati e di attività.
È l’avvento della iatromeccanica – secondo la felice intuizione del compianto amico e psicoanalista scomparso Massimo Meschini. L’uomo-macchina farà i collaudi previsti dal piano di manutenzione, e tutto il resto sarà a suo carico monetario, previa estorsione assicurativa.
Però c’è un lato positivo in questo dramma umanitario. Che quando arriverà il momento della rottamazione questo passaggio sarà gratuito. Del resto che senso ha vivere malato e indigente.
Anche in questo caso il sistema si presenta benevolo: l’eutanasia sarà gratis, la passerà la mutua.