Vivere, non riesco a vivere / Ma la mente mi autorizza a credere / Che una storia mia, positiva o no / È qualcosa che sta dentro alla realtà. / Nel dubbio mi compro una moto / Telaio e manubrio cromato / Con tanti pistoni, bottoni e accessori più strani / Far finta di essere sani. […] Far finta di essere / Liberi, sentirsi liberi / Forse per un attimo è possibile / Ma che senso ha se io sento in me / La misura della mia inutilità”.

 

Queste parole di Giorgio Gaber in un suo classico pezzo intitolato proprio “Far finta di essere sani”, potrebbe essere la metafora di questa nostra contemporaneità, in cui la domanda di senso rivolta a sé è cortocircuitata, molto semplicemente, a una richiesta artificiale di soluzione ad un disagio di cui si evita di prendere atto.

Il bello degli incontri per qualche confronto di qualità – come quello, per capirci, con una splendida psicologa clinica – è quello che va ben aldilà della piacevolezza culturale e gastronomica, perché è una continua rifinitura di concetti e di pensieri, una costante opera di approfondimento e perfezionamento delle reciproche e decennali esperienze personali e professionali.

Se “il naufragar m’è dolce in questo mare”, come scrisse il Leopardi, altrettanto importante è girovagare nei territori quasi mai rassicurante di quella psiche che se non si pone domande rischia di rattrappirsi nell’ovvietà del dare tutto per scontato o nel micidiale ottimismo ben noto nella formula “Andrà tutto bene”.

I nostri antenati sicuramente non avevano il tempo per occuparsi dell’interiorità, sempre impegnati ad affrontare una realtà spesso dura e una fatica quotidiana spesso ingrata. Ma avevano un pregio, rispetto ai contemporanei: erano – per usare un vocabolo scialbo – proattivi, in altri termini erano intraprendenti, operosi e straripanti di spirito di iniziativa. Dai bambini agli anziani, ogni fascia di età aveva un compito che veniva puntualmente recepito dagli esempi degli altri. La responsabilità era variamente diffusa e quantitativamente distribuita.

Oggi va di moda la leggerezza, nell’impresa scolastica, nelle relazioni interpersonali, nello stesso confronto con la realtà.

Mi riferiva la Collega il caso di un ragazzo sedicenne che per scrivere quattro righe di vicinanza a un suo compagno di classe al quale era morto il padre si era affidato all’intelligenza artificiale perché “non trovava le parole giuste”.

Questo è un segnale di una gravità che non può passare inosservata, quantomeno agli esperti nel campo genericamente inteso della psiche. Esso indica l’incapacità strutturale di mettere per iscritto una propria emozione, di esprimere con parole proprie un sentimento, di compartecipare ad uno stato emotivo.

Del resto, siamo arrivati al punto in cui molte persone usufruiscono dell’intelligenza artificiale per chiedere consigli sui propri disagi, su personalissimi stati d’animo e su conflitti sentimentali.

Nell’analizzare alcuni comportamenti di persone a noi note, pazienti e non, si osservava come la fuga della realtà fosse predominante rispetto alla presa d’atto di un disadattamento personale, di coppia o familiare.

C’è una frase del grande pensatore e filosofo spagnolo del Seicento, Baltasar Gracián y Morales che recita: “Ci sono individui composti unicamente da facciata, come case non finite per mancanza di quattrini. Hanno l’ingresso degno d’un gran palazzo, ma le stanze interne paragonabili a squallide capanne”. Ecco, questa è un’altra indicazione che può andare parallela alla finzione di sanità cantata dal citato Gaber. È il trionfo dell’apparenza, supportato ampiamente da tutte le operazioni di nascondimento che caratterizzano la negazione della realtà e la fuga nel virtuale.

Come osservava la Collega, che certamente non manca di lavoro viste le sue liste di attesa, resta comunque una maggioranza non contabilizzabile di persone che di fronte alle evidenze più clamorose, mettono – come si suol dire – la cenere sotto il tappeto e riempiono i propri fallimenti emotivi ed esistenziali con surrogati sociali e compensazioni materiali.

Nella nostra esperienza condivisa nei gruppi di consapevolezza, abbiamo visto genitori che preferivano soddisfare i figli con qualsiasi voglia o pretesa, pur di non entrare in gioco assieme a loro in una ristrutturazione relazionale tecnicamente chiamata sistemica. Abbiamo visto padri penosamente impegnati in attività di rimpiazzo rispetto al confronto anche aspro ma costruttivo per affrontare un disagio familiare. Abbiamo visto madri, particolarmente attente alla cura fisica di sé, convogliare mezzi economici non di poco conto alla propria sicurezza edonista piuttosto che indirizzarle alla propria e altrui criticità esistenziale.

La pubblicità televisiva è piena di inviti a raccattare sedicenti psicologi senza la minima precisione sulle competenze, sul setting e sulle motivazioni del richiedente.

Tutto è finto, quando non fatiscente, improntato alla superficialità e al dilettantismo.

C’è un’atmosfera bulimica di attività esteriori di compensazione, ed un clima anoressico di conoscenza di sé. Ci si abbuffa di diversivi, senza provare il gusto per un percorso finalizzato ad una sana individuazione.

E contro il niente adesso parte / Ogni mezz’ora un volo charter / Itinerario di gran moda”, cantava Roberto Vecchioni nel 1976, ed erano anni di entusiasmi, di velleità, anche di feroce ottimismo. A distanza di cinquant’anni il numero dei voli è aumentato, e anche a voler star fermi ci sono sempre più opportunità per fuggire da se stessi e dei propri fantasmi interiori. Dopo decenni di ottusa euforia si ha paura del silenzio e della solitudine, e si affoga nel rumore e nella moltitudine agitata.