Strana entità questo tempo contemporaneo, dove il tutto e il contrario di tutto convivono in mediocre e difettosa convivenza.
Prendiamo come esempio quanto è accaduto al presidente Maduro e all’intervento militare effettuato all’interno dei confini del Venezuela.
Dato che i rappresentanti del maggioritario non-pensiero – quelli, per essere chiari, che dal basso delle loro esperienze e della loro subcultura passano disinvoltamente da epidemiologi a vaticanisti, da costituzionalisti a giuristi, da storici ad esperti in diritto internazionale, da economisti a geopolitici e via via blaterando – sono già ampiamente rappresentati nel circo mediatico dell’opinionismo, vediamo di chiarire perché, soprattutto all’interno di quella sinistra in eterne afinalistiche convulsioni protestatarie, tutte le prese di posizione dovrebbero essere ridotte a un salutare silenzio.

Scomoderemo per l’occasione i tre principi del prode Aristotele, che sono di una semplicità logica ed esplicativa a dir poco disarmante – sempre che qualcuno abbia l’animo disposto al confronto.
Ci rendiamo conto della grande difficoltà di comprensione tanto razionale che emotiva in tutti coloro che sostengono, difendono e troppo spesso collaborano con quel fenomeno devastante che passa sotto il nome di “globalizzazione”.
Quel processo che fu spacciato come distribuzione dei diritti universali in nome di un altrettanta fasulla pretesa di universale democrazia, è stato in realtà un’operazione strategica del capitale internazionale – anzi meglio, transnazionale – che con l’abbattimento delle frontiere ha semplicemente permesso e reso istituzionale il libero scambio incontrollabile di merci e di esseri umani.
Gli allocchi che hanno creduto – chi per losco interesse, chi per idiota malafede – all’esistenza possibile di un villaggio globale in cui un meticciato informe avrebbe portato all’amore universale e alla pace tra i popoli sono i responsabili di questa catastrofe che innanzitutto identitaria, prima ancora di essere economica ed umanitaria.

È così che l’abolizione delle frontiere, tanto cara ai no-borders delle diverse latitudini, si è dimostrata la seconda delle due contemporanee accezioni di “farmaco”: non strumento salvifico, ma veleno delle coscienze. L’eliminazione dei confini e, con essa, l’idea simbolica e storica di Stato, quindi di quella “comunità politica in termini di ‘chi siamo’ e ‘chi non siamo’”, secondo il sociologo Rogers Burubaker, ha determinato anche la fine del punto fermo di ciò che veniva intesa come una condizione di sacra inviolabilità, e determinando perciò una “virtuale, situazione di guerra civile”.
Detto in altri termini, il “principio di identità”, secondo cui ogni Stato pretende una sua autorità morale interna, riconosciuta dalla comunità che lo compone, viene diluito in una generica e deleteria “giustizia globale” (F. Furedi), cosicché nella fluidificazione di ogni norma che è necessariamente legata a specifiche radici storico-culturali, assieme alla liquidazione materiale e politico dei confini, viene anche meno quel tanto retoricamente declamato, ma concretamente disatteso, diritto internazionale, con la conseguente accettazione della legge del più forte.
Il secondo tradimento, prima di tutto cognitivo, proprio per non entrare nell’ambito troppo specifico della malattia mentale, è quello aristotelico della “non contraddittorietà”. Non si può essere contemporaneamente globalisti e anticapitalisti, no-borders e difensori di un qualunque Stato allogeno, comunitaristi nella difesa del lavoro e nella tutela dei più poveri, mentre contemporaneamente si favorisce l’immigrazione illegale e l’invasione di nuovi schiavi. Coloro che parlano – che farneticano – di empatia, di fratellanza, di accoglienza, di integrazione, hanno già fallito nell’incipit la loro prestazione psicoideologica: tanto per fare un po’ di esibizione narcisistica culturale, il “diritto naturale all’ospitalità” concettualizzato da Immanuel Kant non significa diritto all’insediamento con conseguente vampirizzazione economica e spirituale dell’ospite, ma aiuto momentaneo per un rapido rientro nella sua comunità di appartenenza.

Il terzo ed ultimo principio è quello definito del “terzo escluso”, secondo il quale ogni giudizio, o è vero o è falso, e non può essere contemporaneamente un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, salvo una grave alterazione psichica con compromissione dell’esame di realtà, con associati disturbi sia formali che di contenuto del pensiero che va sotto il nome di psicosi delirante.
E qui ritorniamo, per rifarci alla tecnica del precedente articolo, all’inizio di ogni considerazione.
I sinistri, fautori dell’eliminazione di ogni confine, non solo perché escludente, ma addirittura perché irrilevante, innaturale e nientemeno che immorale, non possono scandalizzarsi dell’atto di pirateria posto in essere dal presidente americano, perché la negazione del confine o è per tutti o è per nessuno. La democrazia deve essere esportata ad ogni costo, perché è il bene, e come tale non giudicabile nei mezzi e nelle finalità.
I sinistri, non possono rivalersi al diritto internazionale, perché questo prevede dei precisi confini che delimitano per legge e per difesa militare la propria area di giudizio e di decisione. Senza questa condivisione, ogni intrusione non solo diventa lecita ma addirittura scontata.
I sinistri non possono permettersi quella superiorità morale, tanto fasulla quanto inesistente, che definisce ciò che è lecito e ciò che non è lecito, perché sono gli stessi che in terra propria favoriscono l’invasione allogena e giustificano ogni forma di criminalità.
Quindi, per riassumere, prima “Patria o muerte”, per dirla alla Che Guevara, a difesa della propria nazione, e poi, se avanza, un interesse concreto e non retorico e teatrale per le terre altrui. E per restare nell’ambito guevarista, il famoso Régis Debray hai espresso un giudizio particolarmente incisivo sulla questione in esame: “Un individuo morale ha un perimetro, altrimenti non è. Da ciò deriva che ‘la comunità internazionale’, in realtà, non è una comunità. Questo flaccido zombie resta una formula vuota, un alibi retorico in mano all’Occidente che, fino a oggi, si arrogato il mandato di dirigerla”. Quindi, tecnicamente parlando dal punto di vista di un inesistente diritto internazionale, ciò che è accaduto e accadrà rientra nell’ambito dell’equivoca “polizia internazionale”.

Tutto il resto rimane all’interno di quell’impianto friabile e malleabile che può interessare soltanto gli azzeccagarbugli della giurisprudenza e i politicanti della parlantina democratica.