Ci sono individui strutturalmente fragili dal punto di vista della personalità, e questo deficit li porta a diventare sospettosi e diffidenti. Le relazioni sono limitate a persone che condividono, inconsciamente o meno, la stessa fragilità, in modo da sentirsi sempre confermati e sicuri.

Il controllo della realtà sociale è grossolano e inadeguato, e a seguito di ciò non possono comprendere le motivazioni degli altri.

Qualunque siano le idee differenti, essi sono portati a considerarle sempre come un attacco alle proprie persone, e spesso l’idea di riferimento si concentra su un tema particolare, in più con l’aggravante di essere meno capaci delle persone normali di soddisfare il loro bisogno di sapere. Per questi motivi, sono predisposti ad aumentare la vigilanza e a cercare segni sospetti di aggressività e di pericolosità nelle parole e nei pensieri altrui.

Queste personalità sono particolarmente ostili per via della presenza persecutoria che viene patologicamente vissuta, sempre selettivamente ipersensibili con ostilità difensiva, variamente diffusa. Cosicché si presentano particolarmente polemici e offensivi, soprattutto aprioristica nei propri pregiudizi.

Essi arrivano, quindi, al costante disprezzo difensivo degli altri, con una contemporanea marcata tendenza all’autoriferimento e totale incapacità a riconoscere e a correggere i propri errori attraverso un corretto esame di realtà.

I personaggi in esame sono presi nella rete delle loro proiezioni, e non possono abbassare la guardia per la paura di essere sopraffatti dalle proprie interpretazioni, quindi devono assolutamente negare il proprio odio verso l’altro ammantando la propria distanza da dietro lo schermo deformante di un inafferrabile bontà.

Queste persone riescono a costruire delle pseudo comunità quali organizzazioni immaginarie che loro vivono e percepiscono come unite per danneggiarle. La costruzione di queste pseudo comunità serve a cristallizzare una sicurezza inesistente e strutturare una fragile identità.

È così che avvenimenti reali vengono deformati a reinterpretati dalla loro disturbata percezione della realtà, in più, ovviamente, qualunque evidenza contraddittoria alle proprie interpretazioni e fantasiose verità viene ignorata o trasformata, per un patologico adattamento alle loro motivazioni onnicomprensive.

Il narcisismo e la megalomania si uniscono in una ideazione onnipotente, vendicativa e trionfante, e insieme determinano una difficoltà all’autoironia e all’introspezione nonché, contemporaneamente, quella fittizia superiorità che li porta sempre a squalificare qualunque altra visione anche minimamente non corrispondente alla propria.

Le personalità indicate, vivendo di percezioni e di interpretazioni, pretendono di preannunciare la pericolosità di un nemico, e lo condannano a priori, ovviamente, escludendo qualunque tipo di confronto e negando l’onere della prova. (“Stati paranoidi e paranoia”, cap. 35, pp. 709-41 et alii).

Chi sono clinicamente e politicamente i tipi psicopatologici riassuntivamente descritti?

Sono gli antifascisti, quelli dalla sospettosità eccessiva e disistima verso tutti coloro che non comprendono e condividono la loro visione del mondo, quelli con la difficoltà a distinguere la realtà oggettiva dalle proprie percezioni, quelli che vivono in uno stato di costante allarme e ipervigilanza verso qualsiasi segnale che possa mettere in pericolo le loro certezze e le loro credenze. I firmatari della censura nei confronti della casa editrice “Passaggio al bosco” lo hanno dimostrato.

Come i paranoici che difendono con i più arcaici meccanismi di difesa – negazione e proiezione – il proprio mondo interiore da qualsiasi interferenza che possa anche lontanamente incidere sulla fragile costruzione del medesimo, così gli antifascisti rifuggono da ogni controllo civile e da ogni rapporto dialettico per il terrore, ovviamente mai esplicitabile come insegna la psicoanalisi, che una qualsiasi parola o concetto non conforme alla loro costruzione interiore possa creare una crepa nella bolla di autoreferenzialità dentro alla quale sono prigionieri.

Di fronte alla citata pseudo comunità di potenziali nemici, questi si sono costruiti dei club alternativi per confortarsi, autoconfermarsi e sostanzialmente convalidare la propria verità, la propria superiorità, la propria intaccabile supremazia.

Come ogni approccio psicoterapeutico è destinato al fallimento di fronte a paranoici e a narcisisti – pazienti intrattabili, prima ancora che incurabili, come specifica il noto Picozzi –, così non esiste possibilità di incontro fruttuoso e utile con un antifascista, perché lui mette in pratica quel linguaggio che Gregory Bateson aveva individuato nei suoi studi sulla schizofrenia. Cioè quella comunicazione paradossale con la quale l’interlocutore viene messo in posizione di stallo, in quanto due messaggi contraddittori non permettono una risposta adeguata e quindi si diventa vittime di un conflitto risolvibile.

Giocando un po’ di fantasia, vediamo come si svolge questa comunicazione in questo ambito prendendo ad esempio la contestazione alla casa editrice “Passaggio al bosco”. L’antifascista chiede una dimostrazione pratica di antifascismo – tu partecipi alle elezioni e ti rendi disponibile ai dibattiti – lui ti attacca dicendo che i fascisti non possono partecipare alle elezioni e non hanno diritto di parola. Qualunque risposta si possa dare, essendo patologico l’emittente, diventa automaticamente patologica ogni forma di risposta.

I paranoici, quindi gli antifascisti, pretendono che venga riconosciuta un’unica realtà, la loro. Chiunque tenti una riformulazione della loro pretesa verità – siano essi familiari, amici, terapeuti, nel caso clinico, oppure scrittori, storici, filosofi, nel caso politico – diventano automaticamente nemici, in quanto possibili decostruttori della loro fragile personalità e della loro inconsistente cultura.

Dal punto di vista politico, l’unica soluzione estremamente difficile da applicare sarebbe quella di decidere di non parlare con loro, di non partecipare alle loro trasmissioni, di non guardarle per non aumentare l’indice di ascolto, di non comperare i loro libri e i loro giornali. Ridurli ad una enclave soffocante e inutile di narcisi intorno allo stagno dell’antifascismo, come nella fortezza di Bastiani del grande Dino Buzzati, illusi della loro grandezza e tronfi nella propria supponenza, mentre il vuoto esistenziale li circonda e la paranoia resistenziale continua il suo irresistibile progresso delirante.