A parità di condizioni ambientali – aeree e terrestri – ci sono animali i cui comportamenti divergono grandemente tra loro.
Ci sono le aquile e gli avvoltoi, come i lupi e le iene, ci sono le api e le mosche come i gechi e gli scarafaggi: chi dotato di ali, chi di zampe, chi rampicanti e chi esclusivamente terrestri, ma estremamente diversi per scelta alimentare e, di conseguenza, per stile di vita.

Nel loro grande o nel loro piccolo spazio i primi possono essere considerati tutti predatori, animali che hanno istinto naturale vivono di caccia, quindi privilegiano l’azione; che prediligano la vita solitaria o siano più propensi a quella comunitaria, in ogni caso hanno un certo spirito superiore e libero.
Loro non si accontentano degli avanzi che la vita offre gratis, ma pretendono di conquistarsi il cibo quotidiano e magari sono pure disposti a combattere per appropriarsi della preda.
I secondi, invece, vivono degli scarti, dei rifiuti che trovano: si potrebbe dire che sono di bocca buona, senza pretese né gusti particolari. Incapaci di gestire un territorio e pure di difenderlo, si aggirano alla ricerca sempre di qualcuno che per difficoltà, nel loro caso fisiche, non abbia la forza di contrastarli. Sostanzialmente impotenti nel vivere la propria esistenza secondo una potenza autonoma e coraggiosa, sono costretti ad alimentarsi in maniera parassitaria e ad accontentarsi di costruzioni sociali senza normative né organizzazioni particolari.

Questa metafora zoologica è valida perfettamente anche per i cosiddetti esseri umani, che pretendono, magari, di essere forniti di quello spirito superiore come i primi animali descritti, mentre nella realtà fattuale si comportano esattamente come quelli della seconda categoria.
Sono gli ignavi, tanto per capirci, che pretendono l’accudimento completo come atto dovuto, senza doversi preoccupare di ricambiare in ogni modo all’impegno della propria comunità. Sono gli invidiosi, quelli che festeggiano le disgrazie e i fallimenti altrui, senza rendersi conto – come dice il motto – che “Celui qui rampe ne trébuche pas”, Chi striscia non inciampa.
Sono i vili della storia, quelli che pretendono l’abbattimento dei segni degli eroi, che festeggiano i disertori, che difendono gli imboscati, che tramano contro l’appartenenza comunitaria.
Sono quelli che fanno il tifo per i criminali, giustificandoli in ogni modo possibile e cercando nelle vittime le cause variamente sociali dell’altrui aggressività.
Sono quelli che si scandalizzano se si reclama il giusto diritto ai propri connazionali, ma pretendono ogni tipo di sostegno per qualunque estraneo a carico.
Sono quelli sempre in prima linea dove c’è da recriminare, da stigmatizzare e come si vuol dire da mostrificare, mentre l’altro è sempre l’anima buona e bella da accogliere.
Chi sa riconoscere nell’ambito dell’antropologia i rappresentanti di questi strani fenomeni della natura – si intende in ogni ambito, politico, giornalistico, sociologico e magari letterario?

Sono i sinistri progressisti, caratterizzati da alcune caratteristiche inequivocabili: la faziosità, il malanimo, la carognaggine, la bassezza, il rancore, la malignità. Sono i portatori di quella “cattiva coscienza” perfettamente tratteggiata da Nietzsche in “Genealogia della morale”: “[…] quella grave malattia in balìa della quale doveva cadere l’uomo sotto la pressione della più radicale tra tutte le metamorfosi che egli abbia mai vissuto – quella metamorfosi in cui si venne a trovare definitivamente incapsulato nell’incantesimo della società e della pace”.
Ogni istinto di elevazione, di potenza, di volontà e di conquista è stato snervato e rammollito a supplica, ad abbassamento, a debolezza, a passività e a resa.
Niente nemici, niente differenziazioni, niente destini e neppure elevatezze da conquistare, ma soltanto un diffuso e rancido addomesticamento e una bacata nonché amorfa voglia di mimetismo democratico.
Detto così, uno potrebbe anche pensare “Buon pro gli faccia”, oppure “Contenti loro, contenti tutti”, ma questa condizione non è sterilizzabile in maniera così semplice. Perché in questi scaduti elementi di un più vasto, globale, esperimento sociale, scatta un meccanismo che si potrebbe definire quasi psicopatologico, detto ‘risentimento’. In loro è presente “la più grande e la più sinistra delle malattie di cui fino a oggi l’umanità non è guarita, la sofferenza che l’uomo ha dell’’‘uomo in sé’”. Tale è il risentimento, quella condizione che in termini nazional-popolare è traducibile con la condizione psichica del frustrato, il quale inchiodato alle proprie paure e alla propria viltà sente nel profondo del suo inconscio un’autoaccusa che non ha assoluzione: ‘Vorrei ma non posso…non ce la faccio…non ho il coraggio’.

Quando le miserie umane della politica nostrana festeggiano il musulmano eletto a New York, aldilà dell’assenza completa di analisi biografica dello stesso e delle modalità della sua candidatura, dimostrano semplicemente la conferma di come queste nullità, piene di risentimento per la mancanza di valore proprio, si sentano soddisfatte delle vittorie altrui.
C’è una bellissima definizione per questi nomadi del pensiero, della coscienza e del buon senso, che rubo a Jack Donovan: “Il modello individualista è solito parlare di ciò di cui parlano tutti mentre tutti ne parlano, opera in una comfort zone fatta di norme sociali, e vive per suo conto in un mondo generalmente accettato…è un troll, un disturbatore, un parassita che va scansato e disprezzato”.

In questo senso, si può specificare il titolo indicato: si devono accudire e abbeverare le api che volano di fiori in fiore, mentre non si possono tollerare le mosche che si affrettano di merda in merda.