In una sede politica, quindi da intendersi come ambiente privato, un gruppo di ragazzi cantano a squarcia gola scabrose canzoni del bieco regime inneggiando al Duce. Qualcuno passa di lì, lancia l’allarme, il sindaco rabbrividisce, i compagni si scandalizzano, le organizzazioni antifasciste si attivano, i comitati democratici denunciano, gli imbrattacarte stilano proclami a difesa della Resistenza, qualche riempivideo sedicente teatrante lancia parole di esecrazione.
Insomma, sono bastati quattro scanzonati e goliardici provocatori per far tremare di indignazione i difensori di questa traballante Repubblica e della sua venerabile Costituzione.
Qualunque essere senziente, dotato di dosi variamente distribuite di buon senso, di ironia e di leggerezza anticonformista, si sarebbe fatto quattro risate o magari risposto con “Bandiera Rossa” dal marciapiede. E invece no. Questo paese è patologicamente infiltrato da una pericolosissima alterazione sia cognitiva che percettiva, detto in una parola, da paranoia.
Quello che fa repulsione non sono tanto le confusioni di una sinistra allo sbando che fa più disgusto che preoccupazione, ma le prese di posizione di quell’agglomerato di rinnegati che hanno fatto carriera, hanno usufruito di prebende, hanno trovato un solido posto di lavoro, hanno dato concretezza sociale e politica alle loro nullità etiche e culturali sotto la sigla di “Fratellanza Italica”.
Annegati nella loro pochezza e preoccupati per la propria fragilità politica, si sono immediatamente adattati alle richieste della mafia antifascista.

Ecco allora uno Zio Fester qualunque che dice che “Quell vanno presi a calci e mandati via”, poi la onorevola anti sex-symbol che dichiara “Quello che è successo è oggettivamente, un fatto grave… non sono ammesse zone d’ombra…”, oppure il fighetto impomatato che afferma come “a destra non c’è spazio per questi gesti”. Insomma, come nelle migliori tradizioni dell’animo badogliano, incarnano il peggio della grettezza perbenista, perfettamente descritto da Abel Bonnard, in un saggio che andrebbe studiato e imparato a memoria per la formazione di un certo carattere, ma che certamente i tenutari di un potere dato in comodato d’uso non hanno nemmeno sentito parlare.

Ci sono passaggi, intuizioni e denunce nel suo libro “I moderati” che disegnano a chiare linee la vergogna che rappresentano.
Le prese di posizione nei confronti dei giovani di Parma dimostrano come il prototipo della “fratellanza” altro non sia che quello che “sogna di venire a patti con l’avversario [e che] vorrebbe poter negoziare con delicatezza, disertare in punta di piedi”.
Di fronte agli attacchi concentrici dei cascami di una sinistra becera e odiatrice, invece di mostrare i muscoli sproloquia scuse e giustificazioni; di fronte alle vergogne negazioniste di un passato eroico e glorioso, si contorce in distanziamenti e in patetici distinguo.
I moderati, e i rinnegati in questione, “non hanno in vita loro alcun giorno più bello di quelli in cui vengono applauditi dai propri avversari”. Possiamo dire che, per dimostrare la disponibilità ad obbedire a qualsiasi tipo di ordine purché confacente al mantenimento delle loro carriere e delle loro ininfluenti esistenze, sono disposti a tradire vivi e morti, dimostrando di avere “la loro ricchezza alle spalle e la loro miseria in sé stessi”.

Hanno raggiunto i vertici della piramide democratica mentendo, e si esibiscono da protagonisti in avvenimenti sui quali minimamente hanno il potere di influire, ma sono sempre più che disponibili a primeggiare sugli stessi.
Dopo aver rinunciato da anni ad una dottrina politica alla quale riferirsi, nascondono la loro debolezza dietro ai frivoli e quantomai effimeri risultati elettorali, ed il prototipo di questa “fratellanza” risulta essenzialmente privo di consistenza, con un risultato concreto, perfettamente riassunto da Bonnard in due righe: “Non aderisce più al passato, non agisce sul presente, e l’avvenire lo accoglierà di sorpresa”.
Il modo in cui hanno reagito alle accuse e alle intimidazioni per l’evento folkloristico accaduto a Parma, dimostra soltanto “un vile desiderio di accattivarsi il nemico”. Essendo deboli di carattere e insufficienti di dottrina politica, continuano a cadere nella trappola che viene definita con il termine di “presentismo”, ovvero la costante operazione di accusa infame eticamente e storicamente squallida di riposizionarli sempre in un passato che deve essere giuridicamente condannato, e quindi non contestualizzato.
Questa metodica operazione implica, da parte della sinistra, un’autocelebrata superiorità morale, una forma patologica di narcisismo politico. È proprio contro questa costante strategia messa in atto dalla cosiddetta mafia antifascista, che invece di attaccare sistematicamente le violenze dei suoi picciotti e le cattive parole dei loro maestri di sostegno, la “fratellanza” si pone in una condizione di continuo giustificazionismo.

La mentalità ripulita degli inquisitori piccolo-borghesi dal tono di voce stridente, dall’indice accusatorio e dalla presunzione tanto inossidabile quanto infondata, è quella delle Guardie Rosse delle sessioni di critica e di autocritica del periodo maoista, o quella delle confessioni coatte dei tribunali stalinisti: la pretesa di scuse sempre e comunque insufficienti, la continua richiesta di atti di contrizione, la persistente esigenza di confessioni di colpe.
Questi vogliono vendetta infinita e colpevolizzazione inestinguibile, mentre gli altri desiderano riconciliazione e pretendono riconoscimento.
“Anche se tutti, noi no”, canta la Compagnia dell’Anello, e spero che i giovani di Parma possano fare propria questa canzone e diffonderla tra tutti coloro che sentono dentro di sé il valore eterno di quella Tradizione che è – per usare le parole di Gustav Mahler “Salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri”, come in maniera ipocrita e opportunista fanno i rinnegati a scopo elettorale.